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Morto Antonio Pelle, “patriarca” di San Luca: Uno dei capi storici della ‘ndrangheta aspromontana. Era stato scarcerato di recente per motivi di salute mentre scontava una condanna a 26 anni

Aveva una tempra robusta, ma un infarto è stato più forte. Così ieri mattina è morto Antonio Pelle, 77 anni, detto “Ntoni Gambazza”.

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Il decesso è avvenuto alle 7,10 nell’ospedale di Locri dove il boss sanluchese era stato ricoverato d’urgenza poco prima. Antonio Pelle era uno dei pochi patriarchi storici della ‘ndrangheta aspromontana, quella considerata “pesante” e per questo ai vertici dell’organizzazione criminale calabrese ritenuta una delle più potenti e ramificate del mondo. Già in precarie condizioni di salute, Pelle aveva ottenuto, martedì scorso, la scarcerazione, facendo rientro a casa. Ieri poco prima dell’alba il malore e la corsa verso l’ospedale di Locri. Nonostante il ricovero e l’intervento dei medici, il cuore di Antonio Pelle si è poco dopo le 7. I funerali si celebreranno oggi pomeriggio a San Luca, su disposizione della Questura di Reggio Calabria in forma strettamente privata. Il boss era stato arrestato, dopo 9 anni di latitanza, il 12 giugno scorso dai carabinieri del Ros di Reggio Calabria mentre era ricoverato nell’ospedale di Polistena a seguito di un delicato intervento chirurgico all’intestino per via di un’ernia strozzata. Alla sua individuazione e quindi alla cattura, i carabinieri del Ros, guidati dal colonnello Valerio Giardina, attuale responsabile del Gruppo di Locri, erano arrivati seguendo gli spostamenti della moglie Giuseppa Giampaolo, 73 anni. Pelle era dunque latitante da quasi dieci anni. Due lustri interi trascorsi da “uomo invisibile” per le forze dell’ordine ma figura ben visibile, anche fisicamente, affidabile, accentratrice e di riferimento costante per gli affiliati dell’omonimo clan federato, anche per legami di parentela, con i Vottari “Frunzu”. In questi dieci anni di latitanza il vecchio Ntoni Gambazza non si era mai fatto sedurre dalla tecnologia: non aveva mai fatto uso di telefoni, cellulari, carte di credito, bancomat, computer. Nulla insomma che potesse in qualche modo “tracciare” la sua presenza in luoghi ben precisi. Sul suo capo pendeva un provvedimento di cumulo di pene, relativo a due procedimenti giudiziari unificati nel 2004, per un totale di 26 anni di carcere per associazione mafiosa finalizzata al traffico di droga e armi. In passato il nome del boss – anche se ne uscì assolto o ritenuto estraneo ai fatti contestatigli – fu anche accostato ad alcuni sequestri di persona. Antonio Pelle, unitamente a Giuseppe Morabito, “u Tiradritto”, di Africo, arrestato dopo quasi quindici anni di latitanza, circa 4 anni fa, era riconosciuto come uno dei capi della “cupola” della ‘ndrangheta e in particolare del “mandamento ionico”. Un “pezzo da 90″, insomma, della criminalità, che in passato, in un procedimento giudiziario, era stato difeso anche dall’ex presidente della Repubblica Giovanni Leone. Dalle numerose indagini sviluppate attorno alla figura di del boss aspromontano dai Carabinieri e dalla Polizia di Stato, era emerso che Antonio Pelle, vista la sua fittissima e affidabile rete di fiancheggiatori, avrebbe trascorso la sua lunga latitanza a San Luca e dintorni e non lontano, quindi, dal suo imponente “quartier generale” della contrada Ricciolio di Benestare, al confine col territorio di San Luca. Uno dei quattro figli maschi di Antonio Pelle, Giuseppe, classe 1960, è sposato con una delle figlie del boss Francesco Barbaro, alias “Ciccio u castanu”, classe 1927, di Platì, ritenuto a capo, insieme al figlio Giuseppe, “Peppe u sparitu”, classe 1956, dell’omonimo clan dell’Aspromonte. Gli altri figli di Antonio Pelle sono Salvatore, Domenico e Sebastiano. Una figlia di Antonio Pelle, Maria, è, invece, sposata col sanluchese Francesco Vottari, alias “Ciccio u Frunzu”, classe 1971, arrestato circa due anni fa nell’ambito dell’operazione “Fehida”, il maxiblitz dei carabinieri del Gruppo di Locri scattato, nell’ambito della storica e sanguinosissima “faida di San Luca”, alla fine di agosto del 2007, a distanza di due settimane dalla strage di Duisburg, in Germania. E proprio prima dell’orribile mattanza sanluchese “Gambazza” – specie dopo l’agguato di Natale del 2006 in cui fu uccisa Maria Strangio, moglie del boss Giovanni Luca Nirta, e ferite quattro persone tra cui un bambino– si tirò fuori dallo scontro, tanto da “riprendersi” in casa la figlia Maria finché le acque non tornarono calme. Cercò in tutti i modi di mettere pace tra i clan, come risultò anche da un’intercettazione ambientale effettuata nel febbraio del 2007 (dopo gli omicidi di Maria Strangio e Bruno Pizzata) nel carcere di Carinola di un colloquio tra Giuseppe Pelle e Francesco Barbaro “u Castanu”, figlio e consuocero di Antonio Pelle. I suoi tentativi di mettere pace, si rivelarono vani: a San Luca e dintorni, tra febbraio e agosto del 2007, si verificarono altri tre omicidi. E la strage di Duisburg. Dallo scorso mese di giugno, momento della cattura, il vecchio boss ha trascorso un breve periodo in ospedale. C’è stato, quindi, il trasferimento al carcere di Palmi prima e Catanzaro dopo. Era stato il magistrato Laura Antonini , accogliendo l’istanza dei difensori Salvatore Staiano e Lorenzo Gatto, a scarcerare Pelle per gravi motivi di salute. All’ospedale di Locri, ieri, l’epilogo della vicenda terrena di uno dei capi storici della ‘ndrangheta. Antonello Lupis – GDS