Home » Blog » MESSINA, LA SVOLTA DOPO LE OPERAZIONI ANTIMAFIA. TROVATO UN NUOVO CIMITERO DELLA MAFIA: Spunta il primo cadavere tra Basicò e Tripi. Il luogo del ritrovamento indicato dal pentito Santo Gullo. La Dia cerca adesso i resti di un secondo corpo

MESSINA, LA SVOLTA DOPO LE OPERAZIONI ANTIMAFIA. TROVATO UN NUOVO CIMITERO DELLA MAFIA: Spunta il primo cadavere tra Basicò e Tripi. Il luogo del ritrovamento indicato dal pentito Santo Gullo. La Dia cerca adesso i resti di un secondo corpo

Grazie alle preziose rivelazioni del pentito Santo Gullo è stato individuato sulle colline tra Basicò e Tripi, in contrada Parmidderi nel feudo dei Migliardo, il cimitero “suburbano” della famiglia mafiosa dei Barcellonesi. Sono riemersi ieri dal purgatorio della lupara bianca, i resti di uno dei due cadaveri occultati negli anni Novanta nei terreni di una masseria in agro di Tripi, soppressi per decisione insindacabile del sanguinario boss Mimmo Tramontana. Quello riportato alla luce ieri dall’escavatore dei vigili del fuoco che è tornato a scandagliare i territori controllati dai baroni della mafia, sarebbe lo scheletro di una delle due persone assassinate con un rituale giustizialista nella stalla del tortoriciano Salvatore Calcò Labruzzo, trasformata dalla mafia in terrificante camera della morte. Con molta probabilità potrebbe trattarsi di Salvatore Munafò, fatto scomparire col sistema della lupara bianca. Non sarebbero stati ritrovati ancora ritrovati i resti di Carmelo Barbieri Triscari. Infatti sono due le persone che furono attirate con un tranello nei terreni dell’allevatore Calcò Labruzzo e soppresse nei magazzini del foraggio, per ordine del boss Mimmo Tramontana che aveva ricevuto il benestare dai vertici dell’organizzazione mafiosa – così come emerso dalle indagini dell’operazione Gotha -, sono: il pastore Carmelo Triscari Barbieri, residente a Oliveri e di cui non si avevano più notizie dal pomeriggio del 4 gennaio del 1996; e il commerciante di bestiame Salvatore Munafò, residente a Rodì Milici, scomparso da casa il 4 giugno del 1997. Per questi due omicidi sono stati arrestati gli unici superstiti, l’allevatore Salvatore Calcò Labruzzo, 58 anni, residente in contrada Arangia, nei caseggiati dei Calcò, al confine tra i Comuni di Tripi e Falcone e il killer dei Mazzarroti, Enrico Fumia, inamovibile luogotente dei capi che si sono succeduti alla guida del clan del Mazzarroti.

L’operazione Godha cadde pesantemente sui presunti “padrini” delle province della Sicilia che tentarono di controllare questo sito influenzando le vite civili e governative a Palermo. Uno per uno, i fuggiaschi furono incatenati dagli impositori della legge e con ogni arresto, i crimini illeciti in questione emersero. Le lezioni di Santa Gullo cadono nella stessa linea nei due omicidi

In entrambi i delitti a giustiziare le due vittime, con colpi diretti alla nuca e alla fronte, è stato – secondo il racconto del pentito Santo Gullo – il defunto boss Mimmo Tramontana che ha sparato personalmente alle due vittime motivato, così come conferma, il collaboratore Melo Bisognano, da “manie di persecuzione”. Triscari sarebbe stato eliminato perché aveva rivelato a Sebastiano Lupica, ucciso a Campogrande di Tripi il 30 aprile del 1994, la preparazione di una rappresaglia contro il gruppo avverso di Pino Chiofalo. La vittima, pur avendo partecipato all’omicidio di Sebastiano Lupica per “riparare e riabilitarsi” della confidenza che lo stesso aveva fatto a Sebastiano Lupica circa la preparazione di un agguato contro i “Chiofaliani”, era incorso in un secondo errore durante un controllo dei carabinieri avvenuto a Santa Domenica Vittoria. In quell’occasione l’uomo aveva reso confidenze ai militari dell’Arma su Ignazio Artino. Confidenze che furono ritenute pregiudizievoli. Temendo che lo stesso potesse fare ulteriori rivelazioni sull’omicidio del contabile della Cep, Giovanni Di Paola e sulla strage dell’Acuaficara, ne avevano decretato la morte.

Sull’eliminazione di Triscari aveva insistito Mimmo Tramontana che si sarebbe resi protagonista di altri efferati delitti; mentre il boss Melo Bisognano aveva cercato di difendere fino all’ultimo la vittima, senza riuscirci perché ha avuto sopravvento la linea sanguinaria dettata dal capo cosca di Terme Vigliatore che in quel periodo era persino latitante. Per consentire a Tramontana di sparare alla nuca, Calcò invito la vittima designata a valutare la qualità di un sacco d’avena. Quando Triscari si abbassò per controllare i cereali, Tramontana fece un balzo e tirata fuori una pistola calibro 22 sparò alla nuca dell’uomo. Il corpo ricadde a faccia in su e il boss non esitò a sparare a bruciapelo un secondo colpo in fronte. La salma fu poi inserita in dei sacchi di plastica e seppellita da Calcò e Tramontana. Munafò invece sarebbe stato eliminato con metodi analoghi. A condurre nella camera della morte la seconda vittima designata furono Enrico Fumia e il nuovo boss dei Mazzarroti Tindaro Calabrese che prelevarono la vittima dalla sua stalla di contrada Case Bruciate di Rodì Milici. Il commerciante di bestiame si fidava dei due con i quali doveva valutare delle bestie nella stalla di Calcò. Una volta introdotto all’interno della camera della morte, dal buio saltò fuori il solito sanguinario Mimmo Tramontana che sparò un colpo di calibro 38 alla testa del povero allevatore. Gullo per l’occasione impugnava una calibro 22 che sarebbe stata utilizzata per il colpo di grazia; mentre Calcò pur armato di una 7,65 non avrebbe usato l’arma. Al delitto avrebbero assistito il capo dei Mazzarroti Tindaro Calabrese e il suo luogotenente Enrico Fumia che da solo si era recato a casa della vittima per convincerlo a seguire entrambi fino alla stalla di Basicò. L’allevatore di Rodì Milici, sospettato di furti di bestiame, era stato richiamato da Mimmo Tramontana che gli aveva intimato di cessare la sua attività. Munafò, forte della convivenza con la figlia del defunto boss Giuseppe Trifirò inteso Carabedda, aveva mostrato i denti affermando durante un incontro chiarificatore di non avere paura di Mimmo Tramontana. Il boss di Terme Vigliatore decise per questo che l’uomo doveva morire e così fu. A seppellire la vittima sono stati lo stesso Mimmo Tramontana, il pentito Santo Gullo e Calcò Labruzzo. Tindaro Calabrese ed Enrico Fumia furono invitati direttamente da Tramontana ad allontanarsi dal fondo agricolo. Stamani riprenderanno gli scavi nei terreni di Calcò per estrarre dal sottosuolo i resti del secondo cadavere. Leonardo Orlando – GDS