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MESSINA, LE OPERAZIONI ‘POZZO 2′ E ‘GHOTA’. I RETROSCENA: Barcellona P. G.,

MESSINA, LE OPERAZIONI ‘POZZO 2′ E ‘GHOTA’. I RETROSCENA: Barcellona P. G., salgono a 25 gli arresti per mafia. In manette anche Tindaro Marino, al quale ieri sono stati sequestrati una ditta di movimento terra, un maneggio e un immobile. «Durante il sisma anche alcuni indagati sono scesi in strada»

Postato da Enrico Di GiacomoCommentaCronaca da Messina e dintorni

Era riuscito a evitare la cattura durante il blitz della Dia e del Ros, scattato nella notte tra giovedì e venerdì. Ma ieri, intorno alle 12, sentitosi braccato e con il fiato sul collo, ha deciso di presentarsi spontaneamente alla caserma dei carabinieri della Compagnia di Patti.

Riuscire a evitare l’arresto per alcune persone può sembrare una cosa facile da fare. Le persone provano tutto il possibile per eludere le forze dell’ordine. Ma alla fine, la legge raggiunge prima o poi. Una volta che la legge in particolare la polizia, decidere di portare alla giustizia nulla può salvare voi. Qualsiasi spiegazione che si può dare non ha alcun effetto su di loro.

Tindaro Marino, 51 anni, imprenditore di Gioiosa Marea, è stato prima localizzato dai militari della locale Sezione anticrimine, guidata dal capitano Gabriele Ventura. Poco dopo si è costituito, facendo lievitare a 25 il numero delle persone finora arrestate nell’ambito delle due operazioni antimafia “Pozzo 2″ e “Gotha”. Il suo nome figura tra i 27 contenuti nell’ordinanza che il gip del Tribunale di Messina Massimiliano Micali ha firmato in riferimento alla prima inchiesta. Dalle attività investigative portate avanti dai carabinieri del Ros sarebbero emersi saldi legami tra Marino e la famiglia dei Mazzarroti, guidata prima da Carmelo Bisognano e poi da Tindaro Calabrese. Per conto dei due “mammasantissima” si sarebbe occupato della “sistemazione” di alcune estorsioni. In primis, secondo gli inquirenti, quella condotta dal sodalizio sotto l’egida del capo mafia di Mistretta Sebastiano Rampulla, ai danni di una delle imprese coinvolte nel completamento dell’autostrada A20 Messina-Palermo. Una delle sue imprese, la Marinoter srl, attiva nel settore del movimento terra, è stata ritenuta dai carabinieri vicina alla mafia barcellonese e quindi coinvolta in alcune importanti opere pubbliche realizzate in provincia di Messina. Ad esempio, nei lavori di metanizzazione sulla tratta tra Montalbano e la città dello Stretto e di riqualificazione del lungomare di Brolo. In particolare, il cinquantunenne avrebbe consentito che mezzi d’opera riconducibili a esponenti del gruppo operassero sotto le insegne della società. Non solo. L’imprenditore di Gioiosa Marea avrebbe pure permesso alla criminalità organizzata di giustificare la movimentazione di ingenti somme di denaro pagate dalle vittime delle estorsioni, attraverso sovrafatturazioni o contabilizzazione di operazioni inesistenti. Marino stesso avrebbe beneficiato di parte dei profitti acquisiti in maniera illecita. Ragion per è stata sottoposta a sequestro preventivo dei beni, finalizzato alla confisca, essendo risultati i suoi redditi sproporzionati allo stile di vita mantenuto e al patrimonio accumulato. Nella sua disponibilità, tra le altre cose, diversi cavalli e il grande e prestigioso maneggio “Marino ranch”, costruito su area demaniale, a Gioiosa Marea, e gestito dall’Associazione sportiva dilettantistica Dc Ibea Dunit, a lui riconducibile. Oltre alla Marinoter e al maneggio ieri i carabinieri hanno apposto i sigilli alla sua dimora, un prestigioso immobile che a giudizio degli inquirenti sarebbe peraltro privo delle autorizzazioni amministrative. L’imprenditore, in passato considerato uno dei fiancheggiatori della cosca di Tortorici, storicamente retta dai componenti della famiglia Bontempo Scavo, nel 2009 è stato assolto dal gup del Tribunale di Messina dalle accuse di concorrente esterno. Inoltre, era stato indicato dal collaboratore di giustizia Emanuele Merenda quale figura tramite per il passaggio dei proventi estorsivi ai Bontempo Scavo grazie ai contatti mantenuti con Diego Ioppolo, esponente di spicco della stessa congrega. Tornando alla maxiretata che ha messo in ginocchio Cosa Nostra barcellonese, cominceranno domani gli interrogatori di quanti sono stati raggiunti da provvedimento di custodia cautelare in carcere. Il gip Ignazitto ascolterà gli arrestati nell’ambito dell’operazione “Gotha”, mentre il collega Micali quelli della “Pozzo 2″. A parte Tindaro Marino, in manette sono finiti Mario Aquilia, Concetto Bucceri, Salvatore Calcò Labruzzo, Francesco Cambria, Zamir Dajcaj, Sem Di Salvo, Enrico Fumia, Carmelo Giambò, Giuseppe Isgrò, Giuseppe Roberto Mandanici, Nicola Munafò, Salvatore Ofria, Angelo Porcino, Giovanni Rao, Francesco Scirocco, Maurizio Trifirò, Tindaro Calabrese, Nicola Cannone, Francesco D’Amico, Carmelo Vito Foti, Francesco Ignazzitto, Ottavio Imbesi, Francesco Carmelo Messina e Salvatore Puglisi. Devono rispondere, a vario titolo, di associazione mafiosa, omicidi, estorsioni, porto e detenzione abusiva di armi, intestazione fittizia di beni e altri delitti, con l’aggravante delle finalità mafiose. Si aggira, invece, intorno ai 150 milioni di euro il valore dei beni messi sotto chiave. Riccardo D’Andrea – GDS

 

«Durante il sisma anche alcuni indagati sono scesi in strada» –

«Stiamo raccogliendo i frutti di un’attività molto pressante, come dimostra peraltro l’arresto di ieri ad opera della Sezione anticrimine del Ros». Il comandante provinciale dei carabinieri Claudio Domizi, contattato telefonicamente, sintetizza così l’attività portata avanti nell’ambito delle operazioni antimafia “Gotha” e “Pozzo 2″, che hanno consentito di assicurare alla giustizia «personaggi di spicco» della criminalità organizzata barcellonese. Merito anche del «lungo processo investigativo condotto dal Ros negli ultimi quindici anni», aggiunge Domizi. Secondo cui le due inchieste sono «tappe di un percorso non ancora chiuso». Il comandante provinciale dell’Arma ripercorre alcuni passaggi della retata condotta con grande spiegamento di forze nella notte tra giovedì e venerdì. «Abbiamo cinto d’assedio Barcellona e dintorni con 200 uomini, un elicottero e diverse unità cinofile». Inoltre, l’imprevisto del terremoto che ha colpito quella porzione di territorio qualche ora prima è stato superato senza troppi patemi d’animo. «L’operazione – dice Domizi – è scattata regolarmente tra le 3 e le 3.30. Durante gli attimi concitati del sisma molte persone si sono riversate per strada, compresi coloro che di lì a poco sarebbero stati raggiunti da provvedimento di custodia cautelare in carcere. I nostri osservatori li hanno notati uscire dalle proprie case. Sono stati pedinati. Abbiamo atteso che facessero rientro e poi è partita l’operazione». Al suo fianco, durante l’affollata conferenza stampa di venerdì mattina a Messina, il generale Giampaolo Ganzer, comandante del Ros, reparto che assieme a Dia, Dna e procura peloritana, ha inflitto un duro colpo alle cosche. «Le due operazioni – rimarca – costituiscono un punto fermo nelle indagini su Cosa Nostra». Grande compiacimento viene espresso anche dal sindaco di Barcellona Candeloro Nania, a giudizio del quale sono stati raccolti elementi di prova su come la criminalità organizzata intendesse mantenere salde le proprie radici in questo territorio e garantire il malaffare». (r.d.)

Metanodotto, storia di una tangente con lo sconto –

Il collettore delle tangenti pagate alla criminalità organizzata dalle grandi imprese impegnate in lavori pubblici sul territorio, era Sem Di Salvo che curava direttamente la raccolta dei soldi per consegnarli a sua volta, dopo aver contabilizzato le somme e trattenuto parte di esse per le necessità dell’«associazione», a Giovanni Rao, capo della consorteria che governa la famiglia dei Barcellonesi. A rivelarlo agli inquirenti sono i verbali del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano. Quest’ultimo ha anche dichiarato che dopo l’arresto di Sem Di Salvo, avvenuto nel 2003 per le operazioni Omega e successivamente per Icaro, a raccogliere i soldi per il “Gotha” mafioso di Barcellona era il sedicente “ragioniere” Giuseppe Isgrò, organico alla Cep di contrada Gurafi e infiltrato anche in altre e numerose imprese che lavorano inerti nell’hinterland di Barcellona. Isgrò, così come faceva Di Salvo, consegnava i soldi a Giovanni Rao. Bisognano e Di Salvo erano legati da fraterna amicizia. Durante la detenzione di entrambi al 41 bis, nel 2008 (lo rivelano gli atti dell’inchiesta Vivaio) i loro figli, entrambi poco più che maggiorenni, si erano persino fidanzati. Tornando ai soldi delle estorsioni, servivano a finanziare le azioni delittuose del gruppo e soprattutto per mantenere i carcerati e le rispettive famiglie. A pagare il pizzo, le grandi imprese che concedevano alle stesse ditte gestite dalle cosche, come quella di Carmelo Bisognano, commesse nei cantieri. Bisognano aveva avuto la possibilità, tramite un intermediario, di agganciare nel 2000, il presidente del Cda della “Gas spa”, Ezio Brancato. Società che stava realizzando la rete del metano in numerosi Comuni costieri e dell’entroterra (Mazzarrà, Rodì, Basicò, Novara, Falcone, Oliveri, Tripi). Il collaboratore di giustizia ha rivelato di essersi recato nell’ufficio della società a Terme Vigliatore e al boss bastò affermare – senza proferire minacce – che «c’erano delle competenze sul territorio da appianare» e l’amministratore della società chiese solo quale fosse la soluzione. Bisognano rispose indicando una cifra: il 2 per cento sui lavori. L’imprenditore disse che la società stava attraversando problemi e Bisognano rilanciò accordando un ben accettato 1 per cento. La percentuale chiesta come estorsione veniva calcolata – ha spiegato il collaboratore – solo sulla parte del finanziamento dell’Ue che si aggirava sul 65 per cento. La prima consegna del denaro, circa 200 milioni di lire in contanti chiusi in una valigetta, avvenne tra maggio e giugno del 2000 all’hotel Silvanetta di Milazzo. «Soldi che poi consegnai per intero a Sem Di Salvo nella sua casa di Spinesante». In cambio Bisognano garantì alla Gas la tranquillità sui cantieri. Con la stessa società il boss si avvicinò sempre di più ai vertici tanto da ottonere l’affidamento di lavori per la ditta “Teresa Truscello” intestata alla convivente e successivamente per la “Futura 2004″, gestita dalla sorella. A Di Salvo bastava sapere solo che «la Gas è a posto». Il boss collettore di tangenti non voleva conoscer altri particolari, così come per le estorsioni alle imprese Ira e Ferrari impegnate nei lavori del raddoppio ferroviario. Fatti per i quali è indagato oltre a Sem Di Salvo, Giuseppe Isgrò. Per ottenere i soldi dalle due imprese Melo Bisognano dovette ricorrere alle minacce, prospettando alle vittime attentati ai cantieri. Le imprese poi cedettero e tra il 2003 e 2004, consegnarono in tre diverse occasioni soldi in contanti tra i 19 e 25 mila euro che in una occasione Bisognano dovette nascondere all’interno di un paio di stivali da lavoro. Bisognano, oltre a riscuotere le tangenti dall’Ira, aveva ottenuto anche dei lavori. Fino al 2003 le tangenti dei lavori del raddoppio erano appannaggio solo ed esclusivamente del clan catanese di Santapaola, rappresentati da Alfio Mirabile, il quale percepiva tutte le tangenti destinate dall’Ira alla criminalità organizzata. Solo in un secondo momento i catanesi provvedevano a versare parte degli introiti alle famiglie del territorio. L’accordo con i catanesi saltò nel 2003, quando Carmelo Bisognano si accorse che Alfio Mirabile non si dimostrava puntuale nella ripartizione dei proventi. Da quel momento l’ex capo dei Mazzarroti pretese dal clan Santapaola di riscuotere direttamente le tangenti, senza intermediari, a nome della famiglia dei Barcellonesi. Un’altra estorsione di cui parla Carmelo Bisognano, riguarda le pressioni ed i condizionamenti su due imprese che sarebbe state fatte per impedire che fossero presentati ricorsi alla gara contro l’assegnazione dell’appalto alla ditta Arcobaleno di Terme Vigliatore per la rete fognante del centro di Milazzo e delle zone di San Marco e Scaccia. Appalto che il collaboratore di giustizia asserisce essere stato “truccato”. Quei lavori interessavano direttamente Sem Di Salvo e Mario Aquilia che avevano partecipato all’appalto di cui tra l’altro si era occupata cone meno fortune l’inchiesta Omega. Per le pressioni ad una delle ditte, la Alak di Brolo, sarebbe stato utilizzato l’ex calciatore dell’Inter Cosimo Scardino per il quale era stato chiesto dalla Dda l’arresto non concesso dal Gip Walter Ignazitto. Leonardo Orlando – GDS