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MAFIA, LE RIVELAZIONI – L’OPERAZIONE ANTIMAFIA ‘GOTHA’: Barcellona P.G., i pentiti raccontano la lunga mattanza. Quando un delitto veniva “pagato” cinque milioni delle vecchie lire. Numerosi gli errori sul “bersaglio”

L’”epopea sanguinaria” dell’ultimo ventennio intrapresa da boss e gregari appartenenti alla famiglia mafiosa dei “Barcellonesi” e alle costole ad essa collegate di Terme Vigliatore e Mazzarrà Sant’Andrea, è stata raccontata negli aspetti più tragici dai due collaboratori di giustizia, Melo Bisognano e Santo Gullo in centinaia di pagine di interrogatori.

La mafia ottiene i loro soldi attraverso molti modi. Estorsione di denaro è una delle loro principali pratiche attraverso le quali gestiscono il loro gioco.  Essi corrompono l’intera società attraverso modi illegali e prendono parte ad attività come il traffico di droga, il gioco d’azzardo illegale e altre attività simili che sono antisociali. Leggi l’articolo completo per saperne di più su questi.

Le loro rilevazioni hanno consentito di svelare con l’operazione “Gotha” una prima parte dei misteri che per anni hanno avvolto i più feroci delitti avvenuti dalla guerra di mafia, fino ai nostri giorni. Ne ripercorriamo, in questa puntata, la prima parte. Un delitto veniva pagato, come racconta Santo Gullo. «cinque milioni di lire ed i soldi li erogava direttamente il cassiere Francesco Cambria».Ma i killer disseminati sul territorio commettevano anche anche clamorosi errori, con scambi di persone e sotto i colpi dei sicari cadevano innocenti. Come nel caso del delitto del falegname Angelo Squatrito, ucciso la sera del 21 maggio del 1992 a Terme Vigliatore – per un mero scambio di persona – da Mimmo Tramontana e Filippo Barresi, all’epoca entrambi latitanti. I due, così come racconta Santo Gullo che ne copriva la latitanza a Portorosa, esplosero una scarica interminabile di 11 colpi di pistola, uccidendo l’innocente nei pressi della falegnameria dove la stesso lavorava. La vittima – secondo la riscostruzione ora fatta – aveva avuto solo la sfortuna di possedere una Volkswagen Golf cabriolet, uguale a quella del reale obiettivo designato, Nicolino Amante ucciso in seguito a Falcone, nella tarda serata dell’8 giugno del 1992, quando gli stessi sicari hanno corretto il tiro e centrato il vero obiettivo. Amante fu eliminato perché amico del figlio di Pino Chiofalo, Lorenzo. Secondo il “taccuino” dei collaboratori di giustizia, con le scarcerazioni, i “Chiofaliani” vennero eliminati dai “Barcellonesi”, uno dopo l’altro in una catena interminabile di delitti e sparizioni. Gli omicidi di cui sono a conoscenza Santo Gullo di Falcone, che uccideva per guadagnare 5 milioni di lire a delitto e il boss Melo Bisognano di Mazzarrà che a differenza del primo ha partecipato in prima persona a “soli” tre delitti e all’occultamento nei cimiteri della mafia di ben quattro cadaveri, sono da considerare tra i più feroci. Il racconto dei pentiti rivela aspetti fino adesso sconosciuti sulle efferate modalità di esecuzione e sulle motivazioni di morte. Il fragore delle armi cominciò dunque a farsi sentire con la scarcerazione dei “Chiofaliani” che vennero eliminati progressivamente. Oltre a Michele Amante, per ordine di Filippo Barresi e Mimmo Tramontana, sempre latitanti e nascosti nel complesso turistico di Portorosa, il 15 ottobre 1993 cadde – secondo il raccolto dei callaboratori – l’operaio di Terme Vigliatore Antonino Foti, assassinato in contrada Saiatine del Comune di Furnari, il cui cadavere è stato poi bruciato all’interno della vettura della vittima. Al delitto avrebbero partecipato, secondo Gullo, Carmelo Giambò e Nunziato Siracusa. In precedenza il 23 marzo dello stesso anno c’era stata la sparizione di Antonino Ballarino di Basicò, ucciso con la complicità di Santo Gullo, da Mimmo Tramontana e Carmelo Giambò. Il cadavere fu poi fatto sparire da Bisognano, aiutato da Enrico Fumia e Ignazio Artino, che lo seppellirono in contrada Gorne a Mazzarrà, dove sono stati ritrovati i resti lo scorso 4 gennaio. Il giovane fu ucciso perché sospettato di aver rubato un camion carico di sanitari a Basicò ad una ditta che pagava il pizzo. Successivamente, dopo circa 10 giorni, a causa di un secondo furto di un altro camion effettuato sempre ai danni dello stesso commerciante, si verificò la scomparsa di un altro giovane del paese, Domenico Pelleriti. Pelleriti era colui che aveva presentato Gullo a Tramontana e quindi un livello superiore. Per questo caso si sarebbero mobilitati persino il boss Pippo Gullotti che avrebbe protetto il commerciante che pagava il pizzo. Pelleriti fu rapito e condotto nel vivaio di Nunziato Siracusa, in contrada Salicà di Terme Vigliatore, dove fu sottoposto – è il racconto del pentito – dallo stesso Gullotti, Nunziato Siracusa, Sem Di Salvo, Carmelo Giambò e Mimmo Tramontana. Picchiato, il giovane è stato poi assassinato nel vivaio e seppellito nei pressi del torrente. L’auto invece fu spostata e abbandonata a Patti. I genitori della vittima, a causa di azioni di sciacallaggio, 18 anni dopo credono ancora che il figlio sia vivo. Prima di Pelleriti c’era stato l’omicidio di Antonino Presti, originario di Tripi ucciso per aver commesso un furto nella casa di tale Giorgianni. All’omicidio avrebbe preso parte “sicuramente Mimmo Tramontana che successivamente aggredì lo stesso Giorgianni perché forse – come racconta Gullo – il furto non si era verificato realmente». L’episodio potrebbe essersi verificato il 12 ottobre del 1992 a Rodì Milici, dove in contrada Tre Fontane fu ritrovato anche un secondo corpo di Franco Luigi Alberti di Barcellona. Qui il racconto del pentito è confuso e parla poi di un altro episodio, l’uccisione del pastore Carmelo Valenti, genero di Carabbedda, il cui cadavere è stato ritrovato il 16 dicembre del 1994 nei pressi del ponte Cicero e di un altro giovane di cui non ha indicato il nome, e che potrebbe essere il cadavere rinvenuto il precedente 13 dicembre a Bazia di Furnari, il manovale Giuseppe Munafò. Valenti è stato ucciso perché accusato di un furto ai danni della casa del nonno di Nunziato Siracusa che non in realtà, come racconta Santo Gullo, non aveva commesso perché a rubare erano stati lo stesso Gullo e Siracusa, quest’ultimo nipote della vittima. I due furono uccisi, pur essendo i sicari consapevoli della loro innocenza. «L’omicido – racconta Gullo – commesso da me e da Nunziato Siracusa. Incontrammo i due ragazzi – Gullo torna a parlare al plurale negli stralci dell’interrogatorio che non è completo – nel fiume, nei pressi della stalla di Giuseppe Trifirò nel torrente San Biagio e siccome eravamo armati gli sparammo subito uccidendoli entrambi, anche se uno dei due provò a fuggire venendo anch’egli ucciso nei pressi di una stalla. Successivamente è giunto Giovanni Perdichizzi che assieme a Siracusa hanno provveduto a rimuovere i cadaveri ed a bruciarli». Ma la mattanza continuerà. LEONARDO ORLANDO – GDS