MESSINA, IL ‘TERREMOTO GIUDIZIARIO’ DOPO LE DICHIARAZIONI DEI PENTITI BISOGNANO E GULLO: Cimiteri della mafia. L’elenco si allunga e mancano all’appello altre “lupare bianche”. Un retroscena: il “salto della quaglia” di Gullo dopo la misteriosa scomparsa a Falcone di “U prufissuri”

Si cercano nuovio “cimiteri” della mafia. Conclusi gli scavi di contrada Sidini, sulle impervie alture fra il promontorio di Tindari e la frazione Braidi, al confine tra i territori comunali di Patti e Montalbano, dove – su indicazione del pentito Santo Gullo – sarebbero riemersi i resti del cadavere di Carmelo Grasso, inteso “Picuredda, un giovane di Oliveri scomparso la vigilia del suo diciannovesimo compleanno, si continua invece a scavare sul cocuzzolo di contrada Parmidderi nelle campagne fra Tripi e Basicò, per tentare di ritrovare i resti del pastore tortoriciano Carmelo Triscari Barberi di cui non si hanno più notizie dal 4 gennaio del 1996.

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Triscari e Grasso, entrambi residenti a Oliveri, sono stati legati dallo stesso destino. Entrambi infatti furono eliminati col sistema della lupara bianca. Il primo (così ha voluto la sorte imposta dall’efferata logica della mafia), ha rivestito – secondo il racconto del collaboratore di giustizia – il ruolo di carnefice assieme ai tre complici che hanno partecipato all’uccisione e all’occultamento del cadavere del giovane, per poi fare – esattamente 8 mesi dopo – la stessa fine del secondo: ucciso e seppellito nelle campagne del feudo di Villa Arangia dove ancora non sono stati riesumati i resti. Il cimitero della mafia realizzato sul territorio dalle cosche legate alla famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”, sembra avere confini immensi, diviso com’è in tanti “cimiteri”. Le rivelazioni, prima di Carmelo Bisognano e subito dopo di Santo Gullo, hanno permesso fino adesso l’individuazione di tre diversi siti. Il primo nella vasta vallata di Mazzarrà, nell’alveo dell’omonimo torrente e sui pianori circostanti. Altri due cimiteri suburbani invece individuati sulle alture fra Tripi e Basicò e, l’ultimo in ordine di tempo, a mezzacosta sulle montagne che sovrastano il colle di Tindari, in territorio comunale di Patti. Altre fosse realizzate in luoghi sconosciuti potrebbero far riemergere gli altri scomparsi della lupara bianca. Tra le carte dell’operazione Gotha emergono particolari agghiaccianti raccontati dai collaboratori di giustizia. Lo stesso Santo Gullo, considerato dagli avversari di allora un militante del clan di Pino Chiofalo, si decise a transitare tra le fila dei “Barcellonesi” a seguito della scomparsa da Falcone di un suo cugino, Francesco Micari, un giovane che aveva 22 anni che in paese veniva inteso con l’appellativo “u prufissuri”. La scomparsa di Francesco Micari fu denunciata dai familiari il 12 febbraio del 1991. Sulla fine riservata al giovane gli investigatori non ebbero mai notizie. Qualche anno dopo, in coincidenza dell’omicidio dell’autotrasportatore Carmelo Faliti, 32 anni di Furnari avvenuto nell’ambito di regolamenti dei conti tra clan in contrada Bazia nel pomeriggio del 31 gennaio del 1994, gli investigatori attribuirono – grazie ad una fonte confidenziale – a quest’ultimo delitto un’attinenza con la misteriosa scomparsa di Francesco Micari. Santo Gullo invece vide nella lupara bianca del cugino un segnale diretto a tutti coloro che avevano avuto o erano sospettati di averli, contatti con il clan dei “Chiofaliani”. Fu per questo che il meccanico di Falcone si decise a cercare protezione e riparo dalla mafia dei “Barcellonesi” attraverso un contatto di livello con il pastore Giuseppe Trifirò, inteso Carabbedda di Vigliatore, allora capo di quella parte di territorio che comprendeva Mazzarrà e Terme Vigliatore creata dallo stesso Chiofalo sotto la forma di ‘Nndrina, secondo l’organigramma della ‘Ndrangheta calabrese. Gullo racconta che, dopo la sparizione del cugino, aveva subito persino i furti di auto dalla sua officina di Oliveri. Fu così che si decise a passare con il clan vincente per avere salva la vita. «Un giorno – racconta il pentito agli inquirenti – mi sono incontrato con Giuseppe Crisafulli di Furnari, successivamente ucciso a Mazzarà, al quale chiesi di poter parlare con qualcuno per chiarire cosa volessero da me. Il Crisafulli mi fissò un appuntamento con il vecchio Giuseppe Trifirò. Mi recai all’incontro, e quest’ultimo mi spiegò che mi ero schierato dalla parte sbagliata. Successivamente all’incontro ho rinvenuto una delle autovetture che mi erano state sottratte. Da allora non mi hanno più dato tregua, chiedendo che accompagnassi ad un appuntamento con loro, evidentemente per ucciderli, i figli di Pino Chiofalo, che tuttavia all’epoca non aveva ancora iniziato la collaborazione. Io mi sono rifiutato. Successivamente Trifirò è stato ucciso. Prima però è stato assassinato uno dei figli di Chiofalo». Si trattava infatti dell’omicidio di Lorenzo Chiofalo, avvenuto in contrada Acquitta dopo le 21 del 28 luglio del 1991. In quell’agguato terrificante, tra i meloni di un chiosco allestito dalla vittima e da un suo amico nei pressi di un piazzale la sera della festa religiosa della frazione, fu freddato dai killer anche un secondo giovane, Maurizio Cambria. I due killer agirono a volto scoperto e sbucarono nella strada all’improvviso dalla spiaggia, sparando in rapida successione ben 17 colpi con due diverse pistole di grosso calibro e poi tornarono indietro per fuggire lungo la spiaggia. Gullo ha poi raccontato che entrò a pieno titolo nel clan dei Barcellonesi e subito dopo conobbe Mimmo Tramontana a cui legò la sua attività criminale in collegamento con il clan dei Mazzarroti. LEONARDO ORLANDO – GDS