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MESSINA, IL PROCESSO ‘SISTEMA’ – LA VERITA’ SECONDO IL TESTIMONE DI GIUSTIZIA MARCHETTA: Marchetta, ‘La mia famiglia vittima della mafia’. L’architetto ha riferito che pagò 5.000 euro al boss Carmelo Bisognano in un ufficio della sua ditta

La mia famiglia è stata costretta a pagare per anni le mazzette alla mafia barcellonese sugli appalti. Quella con Di Salvo «non era un’amicizia, era una conoscenza… alla luce di oggi ho sbagliato ma bisogna mettersi dalla parte mia, la paura è normale». Mio padre «ha pagato sempre». Io «facevo gare d’appalto, non frequentavo i cantieri». Non si pagava per i lavori privati, era una prassi. La mafia «usa venire a cadenze precise» per incassare la tangente del 3%, che era “flessibile”. Bisognano mi venne presentato da Di Salvo nel 2004, incassò il “pizzo” o s’interessò ai pagamenti per i lavori pubblici di Caronia, Militello Val di Catania e Floresta. Dalle dieci del mattino fino alle sei del pomeriggio l’architetto barcellonese Maurizio Marchetta ha raccontato tutto sul “Sistema”, ieri, al processo d’appello.

Nella legge, il processo su cui vengono riesaminati i casi è noto come il ricorso. Qui le parti chiederanno al giudice di cambiare le sue decisioni iniziali. La procedura di ricorso è utilizzata per due scopi. Controlla questo riferimento di Wikipedia per saperlo. È o per la correzione di errori o per chiarimenti.

Marchetta, che è stato anche vice presidente del consiglio comune di Barcellona per An (ieri ha raccontato che il suo referente nazionale era l’ex ministro Maurizio Gasparri), ha cominciato dalla sua scelta di diventare un teste di giustizia, anche salvaguardando nelle dichiarazioni i suoi familiari per proteggerli, e poi progressivamente ha allargato il raggio d’azione rispondendo alle domande del sostituto pg Salvatore Scaramuzza, del suo difensore, l’avvocato Ugo Colonna, e del difensore di Bisognano, l’avvocato Fabio Repici. Ha dato tra le righe della sua lunga deposizione anche una notizia molto particolare, ovvero quella di aver «denunciato l’on. Alfano e ho denunciato qualche altro professionista, ma ci sono delle indagini in corso». E in più d’un occasione indirettamente ha “risposto” al pentito ed ex boss dei Mazzarroti Carmelo Bisognano, che all’udienza scorsa del 28 novembre 2011 lo aveva accusato di essere “organico” alla mafia. Per esempio quando ha dichiarato, rispondendo alle domande del suo avvocato Ugo Colonna, d’aver consegnato personalmente 5.000 euro proprio a Bisognano («… venne pagato da me nella stanza di mio fratello…»), come tangente per un appalto, nei locali della ditta di famiglia, a Barcellona, aggiungendo poi che sempre Bisognano «ha ricevuto soldi anche da mio padre e da mio fratello». Oppure quando ha ricostruito i rapporti con Salvatore “Sem” Di Salvo («non dovevo nascondermi da niente»), per anni uno dei reggenti del gruppo mafioso barcellonese. Il primo approccio – ha detto Marchetta –, fu quando nei primi anni ‘90 un tale Pietro Cannata si presentò dal padre di Marchetta (a quanto pare c’era pure Salvatore Ofria), chiedendo di far lavorare in ditta Di Salvo, che all’epoca cominciava ad avere problemi con la giustizia, e il padre dovette presentare una specifica richiesta «al tribunale di Messina» («… mio padre mi disse che aveva fatto un reato all’interno del carcere»). E quando il suo avvocato gli ha chiesto se Di Salvo avesse mai avanzato richieste illecite, l’architetto Marchetta ha risposto: «No, mai», citando solo un fatto specifico («… una cosa lecita») cioé una richiesta d’interessamento per una sua cognata che non era stata riassunta dal Comune. Marchetta ha poi confermato le richieste estorsive da parte di Carmelo D’Amico e i suoi colloqui col boss dopo aver subito alcuni attentati («… mi disse che lui non c’entrava niente… da questo momento devi parlare esclusivamente con me, non devi andare da nessun altro… io ho capito che in quel momento era lui che comandava»). Al boss D’Amico – ha raccontato l’architetto –, vennero effettuati due pagamenti da 15.000 euro nel Natale del 2008, in due tranche («… la prima la consegnai io, la seconda mio padre… mio padre mi disse che erano venuti a ritirare il regalo di Natale»). Altro passaggio-chiave quando il suo difensore, l’avvocato Colonna, ha citato la precedente deposizione di Bisognano («… Bisognano ha detto che ha vinto alcuni appalti grazie all’appoggio di Di Salvo a Furnari, Mazzarrà, Milazzo e Gioiosa»), chiedendo a Marchetta di scandire appalto per appalto come si svolsero in realtà i fatti, per ribaltare tutto: per Furnari «io ho partecipato e non ho vinto l’appalto», a Gioiosa «… mi viene da ridere perché non mi sono mai aggiudicato lavori a Gioiosa Marea», a Mazzarrà «non ho partecipato, era un depuratore» e infine a Milazzo «ho partecipato, non ho vinto, l’ha vinto un’impresa di Terme Vigliatore di un certo Sottile, il fratello era presidente dell’Asi». Sul piano più generale ieri è emerso dalle parole di Marchetta che in pratica ogni volta che la ditta (prima quella nominativa del padre, poi la Cogemar) apriva un cantiere preavvertiva l’organizzazione mafiosa, al primo incontro «non si parla di denaro, si dice che si aprirà un cantiere». Ecco ancora qualche altro flash. Sul boss barcellonese Gullotti («non ho mai avuto rapporti di alcun genere, sapevo che era il capomafia di Barcellona come lo sapevano tutti»), sull’avvocato Rosario Cattafi («… soltanto rapporti professionali, nel 2002 gli feci causa civile per risarcimento danni… dal 2002 con Cattafi? Mai avuto rapporti»). C’è stato poi un lungo capitolo di domande, sia di Colonna sia di Repici, dedicato alla carriera politica di Marchetta sin dal 1994, anno in cui «chiunque veniva in ufficio io chiedevo i voti a tutti» e quell’anno Di Salvo gli disse «che qualche voto in famiglia me lo poteva dare», mentre «nel ‘98 mi disse che era impegnato». E come mai nel 2001 – ha chiesto l’avvocato Repici –, se sapeva che Di Salvo era un mafioso, continuò a chiedere i voti, risposta sibillina «… se li chiedeva un avvocato penalista». Marchetta tra le tante altre cose ha riferito di due suoi incontri con il capomafia Giovanni Rao («si diceva che era una persona in odore di mafia»), sempre con la mediazione di Di Salvo che glielo presentò quando l’architetto era in politica. E Rao la prima volta gli chiese se poteva fare qualcosa per mitigare o far annullare il regime del “41 bis” cui era sottoposto il boss Gullotti («… tu sei nella politica», «mi hanno sopravvalutato, sostanzialmente»), mentre la seconda volta sondò una eventuale possibilità di contatto con l’allora magistrato della Dda Rosa Raffa: «… se avevo qualcuno che poteva arrivare alla dott. Raffa per poter esporre le sue ragioni». In entrambi i casi Marchetta non raccolse le sollecitazioni («… stai parlando con la persona sbagliata»), quindi «Rao ci rimase male» e dal 2009 in poi alcuni attentati subiti l’architetto Marchetta li ha attribuiti a questi dinieghi. Tornando al processo, ieri il sostituto pg Scaramuzza, che ha interrogato a lungo Marchetta, ha chiesto alla Corte d’appello presieduta dal giudice Attilo Faranda, intervenuto più volte con il suo solito stile pacato e deciso per molti approfondimenti, di sospendere i termini di custodia cautelare per D’Amico. E visto che parecchie volte l’architetto ha riferito di circostanze a conoscenza del padre e del fratello, interessati in prima persona della gestione dell’impresa edile, alla prossima udienza, fissata per il 19 marzo, sono stati citati sia il padre Giuseppe sia il fratello Carmelo. Saranno sentiti anche i pentiti Santo Gullo e Santo Lenzo, come imputati di reato connesso. NUCCIO ANSELMO DA GAZZETTA DEL SUD