DELL’AVVOCATO ROSARIO PIO CATTAFI NELL’OPERAZIONE GOTHA 3: GLI ELEMENTI COMPLESSIVI DI RISCONTRO (PRIMA PARTE)

GLI ELEMENTI COMPLESSIVI di RISCONTRO*

 

  1. Le intercettazioni ambientali all’interno dell’Autoparco di Milano.

Le indagini del GICO di Firenze, come già accennato in precedenza, avevano individuato l’autoparco denominato “Notaro Francesco & C” di via Salomone a Milano come sede un’organizzazione facente capo a CUSCUNA’ Salvatore, alias “Turi BUATTA”, dedita essenzialmente al traffico di stupefacenti. Quelle indagini avevano anche accertato che il gruppo facente capo a CUSCUNA’ Salvatore era legato al clan Santapaola attraverso i fratelli Salvatore e Sebastiano ERCOLANO, titolari della società “BETON CONTER Impianti calcestruzzi”, sito in contrada Iungetto di Catania.

I fratelli Salvatore e Sebastiano ERCOLANO erano parenti, nella specie cugini, di Nitto SANTAPAOLA.

Dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali risultava che vi erano stati frequenti contatti telefonici con utenze in uso alla società BETON CONTER dei fratelli Ercolano ed anche con un’altra società, la AVIMEC srl di SANTAPAOLA Grazia (cfr. informativa GICO Firenze n. 109/UG del 3.4.1996, pg.12 – 13). Risultava anche che CUSCUNA’ Salvatore si era recato spesso a Catania; inoltre lo stresso EPAMINONDA Angelo aveva dichiarato che il gruppo di CUSCUNA’ Salvatore faceva capo proprio al gruppo SANTAPAOLA. Le indagini del GICO di Firenze sull’Autoparco, svoltesi nel 1992 circa, si erano estrinsecate anche in importantissime intercettazioni ambientali all’interno del medesimo autoparco.

Si riporteranno di seguito alcune di queste conversazioni ambientali, ovviamente nella parte che riguardano la persona di CATTAFI Rosario.

Si è già detto, in precedenza, come tali conversazioni ambientali siano state ritenute pienamente utilizzabili nei vari gradi di giudizio.

Deve aggiungersi come, in base alla documentazione acquisita in atti, risulti che il Gip di Firenze ne dispose la trascrizione con apposito incidente probatorio, prima ancora, dunque, che l’intero procedimento venisse trasmesso a Milano per competenza (cfr. trascrizioni delle conversazioni, in atti). Sui risultati complessivi di tali intercettazioni, infine, deponeva il capitano D’Andrea Nello, in servizio presso il Gico di Firenze, all’udienza del 18.4.1995 nell’ambito del processo n. 4283/1994 (processo Autoparco) (cfr. verbale di dibattimento, in atti).

 

In data 11.9.1992, ore 14,43, vi era un colloquio ambientale fra CATTAFI e SALESI Giovanni, uomo di CUSCUNA’, già emerso come suo gregario (all. n. 14, informativa Gico Firenze n. 109/UG del 3.4.1996).

Dopo essere entrato nel fabbricato all’interno dell’autoparco, Cattafi chiedeva a Salesi se fosse venuto “Turi Buatta”. I due parlavano di due poliziotti. Infine il Cattafi diceva che il motivo della sua visita era quello di parlare con tale “Emanuele” (Zuppardo). L’argomento proseguiva sull’esecuzione da parte del Gico di Firenze dell’ordinanza di custodia cautelare emessa a carico di Giacomo Riina, chiamato con rispetto “Zu Giacomo Riina”.

I due si dichiaravano contrari alla strategia delle bombe di Riina, riferendosi poi all’omicidio di Giovanni Falcone.

I due, infine, parlavano di Giuseppe Madonia e delle nuove generazioni di picciotti che, a loro dire, volevano bruciare i tempi e fare soldi senza sacrifici. (cfr. informativa Gico Firenze n. 109/UG del 3.4.1996, pg. 15-16).

In merito, il Tribunale di Messina, sezione misure di prevenzione, affermava in modo molto efficace: “Invero, le conversazioni intercettate a far data dal settembre 1992, evidenziano l’interesse del Cattafl e del suo interlocutore (Salesi Giovanni) per l’attività investigativa del G.I.C.O. di Firenze, per l’avvenuta esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Giacomo Riina (lo “zu Giacomo Riina”, cosi menzionato), per la strategia stragista del Riina (strategia cui si dichiarano contrari), per la persona di Madonia Giuseppe e per le nuove generazioni di picciotti che vogliono bruciare i tempi e fare soldi senza sacrifici ” (int. 11.9.92)”.

 

In data 16.9.1992, ore 00,55, vi era un altro colloquio ambientale fra CATTAFI, CRESCENTE Ambrogio, CACCAMO Vincenzo (all. n. 15, informativa Gico Firenze n. 109/UG del 3.4.1996).

Dal colloquio, peraltro molto lungo, si comprendeva che Cattafi si era rivolto a “Turi Buatta” per ottenere l’autorizzazione a che “Emanuele” (Zuppardo) potesse dare una lezione ad un soggetto nordafricano. Dai riferimenti si evinceva che lo ZUPPARDO era proposto in seno all’organizzazione ad interessarsi di tali problemi.

Il colloquio verteva quindi sulle procedure mafiose afferenti scambi di favori tra i vari partecipi, verosimilmente anche appartenenti a gruppi di diverse estrazione. Cattafi precisava di aver riferito tale sua richiesta al SALESI e che poi avrebbe fatto un regalo allo ZUPPARDO per ringraziarlo del suo intervento. Quindi egli specificava che si trattava di un marocchino che spacciava hashish e che, eventualmente, avrebbe potuto invitarlo presso il suo ufficio per farlo cadere in una trappola, ipotesi questa scartata dal CRESCENTE, in quanto sarebbe potuto rimanere traccia dell’aggressione. Cattafi, nel corso di quella discussione, confidava al Crescente di essere stato mandato in Svizzera perché doveva fare una cortesia a qualcuno che contava (“… tempo fa mi hanno mandato… (incompr.)… tanto in alto che aveva bisogno di una cortesia in Svizzera…”).

Cattafi poi confidava al suo interlocutore di aver avuto sempre in passato la disponibilità di armi, ma che purtroppo due canali di approvvigionamento di cui poteva disporre erano stati bloccati in quanto “… che io in passato ho avuto sempre disponibilità non so… di armi… di arma… pure… è arrivato ad un certo punto che poi sono successe un sacco di cose, per cui ho capito che… i canali che avevo io sono stati bloccati… due canali… gli altri che potevo… dove posso andare… ho capito che c’è un meccanismo… che praticamente… ti danno un’arma… però la terza, quarta volta ti fanno aspettare… perché questi sono sempre fuori… sai come funzionano queste cose…”.

Nel prosieguo due interlocutori parlavano delle rispettive esperienze sul consumo di cocaina.

Cattafi raccontava al Crescente la circostanza in cui si era recato a trovare Epaminonda, insieme al Cuscunà, per la vicenda inerente il casinò (“… perché quando siamo andato a trovare Epaminonda… per il casinò.. io sapevo il fatto…. io avevo la possibilità di entrare all’ufficio fidi a Saint Vincent, siccome io ora… attraverso Turi (ndr: Buatta) fissai un appuntamento, perché dissi: è inutile che gli vado a pestare i piedi… praticamente chiedevo… e ci siamo incontrati… che poi lui quando si pentì disse che io ero l’uomo di Santapaola. Perché? Siccome c’andai con Turi… e pensava che noi gli volevamo fare la “rapa” (ndr: tiro mancino)… ma come, noialtri scusa… appuntamento, mi mandasse a pigliare lui. Ci vedemmo (incompr.) noi altri (incompr.) c’era il fratello di Jimmi Miano”). Cattafi proseguiva formulando negativi apprezzamenti sulla personalità di Epaminonda: “… ora si è pentito… (incompr.) uscire pazzo… guarda, io non lo conoscevo, quando l’ho visto… era vestito di nero, una camicia verde. Il Crescente concordava sulla scarsa dignità di Epaminonda (“…ma si vedeva, sai, una parsona insignificante ecco perché tante volte si perde di prestigio e via di seguito… per mettere uomini per dire a rappresentare…”). Cattafi continuava i suoi appezzamenti negativi su Epaminonda: “Ma quello non era in grado di fare niente, era in grado solamente di… io non lo conoscevo e maledetto il momento che l’ho conosciuto… perchè io ero… sono stato arrestato in Svizzera… dopo tre mesi mi hanno prosciolto in Svizzera…. ad un certo punto… neanche il tempo di fare accertamenti ed interrogatori… si è pentito ‘sto cazzo in brodo…”. Cattafi cercava di smentire che egli si fosse presentato ad Epaminonda come “uomo di Santapaola”, così come aveva dichiarato lo stesso Epaminonda nel corso del suo interrogatorio innazi al PM Di Maggio (“Di Maggio… il PM… non so… questo era il figlio del maresciallo dei carabinieri al mio paese… perciò… (incompr.)… Lui, Di Maggio, non appartiene a… non è uno… cioè, per dire, a questo punto quello ci disse: “mah, per me è uomo di Santapaola… perché, dice, venne con Buatta…”).

Crescente e Cattafi, subito dopo, facevano anche riferimento alle famiglie mafiose dei SANTAPAOLA e dei “CAVADDUZZI”, soprannome quest’ultimo usato per indicare la famiglia Ferrera, alleata dei Santapaola.

Cattafi, subito dopo, abbassando il tono della voce, parlava di una riunione di mafia a cui aveva avuto modo in qualche modo di assistere, tenutasi ad Erice, durante la quale venne deliberato un patto chiamato “accordo delle 5 monete” (“… l’accordo delle 5 monete…io… ma questo fatto a Erice io l’ho visto… quando ho visto le macchine… minchia che scena!…e quando sono usciti dissi… (voce bassa)… vidi chi erano…”). (cfr. informativa Gico Firenze n. 109/UG del 3.4.1996, pg. 16-21).

In merito, il Tribunale di Messina, sezione Misure di Prevenzione, affermava: “Estremamente interessante, ai fini del presente giudizio, deve poi ritenersi il contenuto delle successive conversazioni oggetto di intercettazione, nel corso delle quali Cattafi ha confidato al suo interlocutore (Crescente Ambrogio) di avere sempre avuto la disponibilità di armi (precisando che i canali di approvvigionamento dei quali disponeva erano stati bloccati e che li aveva individuati dei nuovi); ha apprezzato, con il medesimo interlocutore, le qualità di una partita di cocaina che in quel momento stavano visionando; ha ascoltato un racconto relativo all’omicidio di un appartenente all’organizzazione “che aveva mancato di rispetto ” (dimostrando di ben conoscere esponenti di vertice della criminalità cui il narrante fa riferimento, quali Turi Cappello e Jimmy Miano nonchè le logiche e le modalità d’azione e di reazione dei sodalizi in questione); ha commentato la figura ed il ruolo di Angelo Epaminonda (fornendo un indiscutibile riscontro alle circostanze da quello riferite); ha confermato il suo rapporto con Cuscunà Salvatore, che ha definito “un avvicinato a Santapaola”, cosi dimostrando di essere a conoscenza dell’organigramma di quella famiglia mafiosa; ha raccontato di essersi recato in passato in Svizzera su mandato di “persone tanto in alto”; ha precisato, rivolto al suo interlocutore, che occorre saper bene distinguere, nel trattare argomenti e svolgere attività, tra “cose delicate e cose delicatissime”; ha riferito di una riunione di esponenti di vertice di associazioni criminali; ha partecipato, interloquendo in prima persona, ad una conversazione nel corso della quale sono state evidenziate le modalità di comunicazione dall’esterno con gli elementi apicali dell’associazione che si trovavano in regime di detenzione.”.

Parimenti, il Tribunale di Messina, sezione misure di prevenzione, osservava che il riferimento operato dal Cattafi alla sua disponibilità di accesso a canali di approvvigionamento di armi trovava un significativo riscontro nelle risultanze della nota G.I.C.O. di Firenze del 3.4.96 (acquisita nel procedimento di prevenzione): “Da quella nota si traggono numerose e significative comunicazioni effettuate via telefax dal Cattafi a Battaglia Filippo. Eloquente era il testo del messaggio inviato in data 21.1.1993 dal Cattafi al Battaglia: “avrei bisogno di avere tue notizie perchè impossibilitato sentirti causa ‘tuoi telefoni speciali. Saro Cattafi ” ed altresì quello del messaggio inviato il successivo 14.4.1993: “caro Filippo aspetto ancora informazioni da persone a Roma e tengo in serbo un telefono da regalarti in modo da risolvere il problema del telefono. Un abbraccio Saro” (nota G.I.C.O. Firenze, cit., pag. 70).

Era altresì evidente, atteso il tenore dei suddetti messaggi e l’epoca nella quale risultano inviati (1993), che nessun rilievo può assumere l’avvenuta produzione, a fini difensivi, del verbale di un pignoramento eseguito il 18.12.1986 su richiesta del Cattafi nei confronti del Battaglia e di una ordinanza di assegnazione di somme di denaro in favore del Cattafi del 13.7.1988 (all.5 bis della memoria depositata il 19.7.2000).

Deve ritenersi, piuttosto, che il rapporto tra i due non era occasionale (posto che il Cattafi fa riferimento ad una sua perdurante situazione di “attesa di informazioni”, evidentemente relativa ad una vicenda di comune interesse o per la quale, comunque, il Cattafi si era attivato) ed anzi esige contatti più frequenti che “il problema del telefono” non consentiva e che il Cattafi intendeva risolvere.

Un esame della documentazione sequestrata al Cattafi, e segnatamente dell’agenda telefonica, ha accertato che il predetto aveva annotate le utenze telefoniche di alcuni dirigenti di industrie di armamenti nazionali ed in particolare di tale Ripa Mimmino, addetto alle vendite in una fabbrica di armi, tratto in arresto dalla D.D.A. di Catania nel 1995, coimputato del Battaglia Filippo (il nome reca, accanto, l’indicazione del numero di registro di un procedimento penale e dei nomi dei P.M. procedenti).

L’analisi del traffico telefonico intercorso tra il Cattafi ed il Battaglia, il Cattafi ed il Ripa ed il Battaglia ed il Ripa, ha evidenziato i frequenti contatti tra i detti soggetti ed una stretta successione temporale tra le comunicazioni che inducono ragionevolmente a far concludere per la sussistenza di interessi comuni tra i predetti.

La citata nota del G.I.C.O. di Firenze dà puntuale contezza del risultati della suddetta analisi “incrociata” del traffico telefonico dalla quale, a titolo esemplificativo, pare opportuno trarre i dati relativi alle comunicazioni accertate il 14.11.1991. In quella data, invero, risulta quanto segue: alle ore 13.03 il Cattafi ha contattato l’utenza del Battaglia (per una durata di 75 secondi); alle ore 13.07 ancora il Cattafi ha contattato l’utenza dell’abitazione del Ripa (per 53 secondi ); alle ore 13.20 il Cattafi ha richiamato la medesima utenza (per 159 secondi); alle ore 13.23 sempre il Cattafi ha chiamato l’utenza del Battaglia (per 122 secondi); alle 16.33 il Cattafi ha contattato l’utenza in Roma della Oto Melara, una fabbrica di armamenti (per 247 secondi) ed alle ore 16.39 l’utenza del Battaglia (per 103 secondi) (v. nota G.I.C.O., cit., pag. 79).

Analoghe connessioni temporali sono evidenziate, in particolare, nel periodo che va dal mese di gennaio a quello di settembre dell’anno 1992 e, nel medesimo periodo, si registrano alcuni incontri tra il Cattafi ed il Battaglia, ed in proposito deve rilevarsi come proprio nel settembre 1992 si colloca quella conversazione, oggetto di intercettazione, avvenuta tra il Cattafi e Crescente Ambrogio nei locali dell’autoparco di Milano, sopra menzionata (cfr. decreto del Tribunale di Messina, Misure di Prevenzione, in atti).

Inoltre, deve osservarsi come, sempre con riferimento al traffico di armi operato dal Cattafi, l’informativa del GICO aggiungeva:

“Rilevante fonte di prova può essere considerata l’annotazione rilevabile in un’agenda del Cattafi in corrispondenza del giorno 30.11.1992: “BATTAGLIA X ELICOTTERI” (all n. 257). In effetti in tale giorno il Cattafi compiva il suindicato viaggio da Milano a Roma. Il giorno seguente (1.12.1992) contattava più volte l’utenza del Battaglia (all. 258). La circostanza è tanto più evidente se si considera che il Cattafi ha poi tentato di mistificare puerilmente tale appunto aggiungendo successivamente la parola “modellini”; ciò si evince perché tale parola è stata scritta con penna di colore diverso, così come la cerchiatura tra la parola “elicotteri” e “modellini” (cfr. informativa Gico Firenze n. 109/UG del 3.4.1996, pg. 133).

La conversazione appena riportata, oltre a costituire uno straordinario riscontro alle dichiarazioni di Angelo EPAMINONDA (cfr. dichiarazioni dello stesso) e di tutti quei collaboratori che hanno ricordato come il CATTAFI si occupasse di traffico di armi, offre una conferma anche alle dichiarazioni di MARIANI Franco, laddove costui aveva dichiarato che era stato lo stesso CATTAFI a raccontargli di aver presenziato ad un convegno ove erano intervenuti gli esponenti di cinque mafie, quella siciliana, americana, sud-americana, marsigliese e cinese.

 

In data 21.9.1992, ore 14,05, vi era un nuovo colloquio ambientale fra CATTAFI, Salesi Giovanni, Giuffrida Andrea, Spinale Pietro e Zuppardo Emanuele, sempre nei locali dell’autoparco.

Cattafi parlava inizialmente dell’avv. Giuseppe Cucinotta. Costui era un legale di origine messinese che viveva Milano e che, sfruttando la sua veste di legale, aveva il compito di recapitare messaggi fra i componenti dell’organizzazione reclusi e quelli in libertà. Per tali motivi, anche il Cucinotta era stato dapprima indagato e poi imputato nel processo Autoparco con l’accusa di essere egli stesso partecipe all’associazione mafiosa dell’autoparco.

Traendo spunto da un commento su tale avvocato, Cattafi riferiva che anche tale legale, come lui, era di Messina; egli, per la precisione, era originario di Barcellona Pozzo di Gotto.

Successivamente Cattafi, nell’ambito di quella lunga conversazione, compiva un preciso riferimento all’omicidio di Carmelo “RAIA”, ossia COPPOLINO Carmelo.

Va precisato che il GICO di Firenze, che in quel momento stava svolgendo le indagini sull’autoparco di Milano, in sede di trascrizione della relativa intercettazione ambientale, scriveva testualmente: “…Carmelo (sembra dica “Plaia”)”, dunque ammettendo come fosse possibile anche una diversa interpretazione.

Tale assunto veniva confermato anche in sede di stesura della successiva informativa Gico Firenze n. 109/UG del 3.4.1996, laddove a pg. 21 si diceva: “Gli interlocutori fanno quindi riferimento all’omicidio di tale Carmelo Plaia (così perlomeno sembra di poter decifrare)”.

In effetti il soggetto è da identificarsi in Carmelo “RAIA”, ossia COPPOLINO Carmelo, il cui omicidio è stato trattato ampiamente nell’ambito del processo “Mare Nostrum”; tale personaggio, inoltre, è stato menzionato da CHIOFALO Giuseppe nel corso delle sue dichiarazioni sul conto di Cattafi Rosario.

Il Cattafi, nell’ambito di quella conversazione, si mostrava prodigo di particolari su quell’omicidio: facendo riferimento alla compagine mafiosa barcellonese facente capo a “Pino o Scecco”, riferiva come il malcapitato fosse stato prelevato da una squadra composta da 10 – 15 persone. Aggiungeva che anch’egli si trovava lì “fuori” con la macchina per aspettare e che vi erano a disposizione diversi appartamenti, tra cui uno a suo disposizione “se tutto andava bene”. (“Carmelo PLAIA. Claudio?! Non è quello, hai capito, perché c’era un certo Pino O’ SCECCO là. Questo qua era uno che si faceva (incompr.) se lo caricarono, scesero una squadra di 10-15 cristiani (incompr.), così, senza (incompr.). io allora ero fuori con la macchina per aspettare (incompr.) che siccome fino a Messina (incompr., sottovoce)… un appuntamento (incompr.), che poi hanno di più. Però ho fatto un favore… Ma c’erano diversi appartamenti. Un appartamento ce lo avevo a disposizione io, se tutto andava bene (incompr.).

Cattafi, poco dopo, precisava anche i dettagli di un altro omicidio, ossia quello di Girolamo “Mommo” PETRETTA.

Erano gli stessi particolari forniti dal Cattafi che consentivano di individuare tale fatto di sangue proprio in quello di PETRETTA Girolamo, dal momento che costui, così come riferito dal Cattafi (“…lo misero nel bagagliaio, dettero fuoco che poi lui era ancora vivo…”), fu effettivamente prima rinchiuso in un bagagliaio e poi bruciato vivo.

Il fatto che il Cattafi si riferisse in quella circostanza proprio all’omicidio Petretta è stato del resto confermato dallo stesso, nell’ambito di un successivo verbale di s.i.t. del 28.10.1993: in quella sede, dopo che gli era stato chiesto il senso ed il significato delle affermazioni rese nel corso di quelle conversazioni svoltesi all’interno dell’Autoparco ed oggetto di intercettazione ambientale, egli ammetteva di riferirsi proprio all’omicidio di Girolamo Petretta.

Nel corso di tale conversazione ambientale, come sarà meglio specificato in seguito, egli riferiva tutta una serie di dettagli su quel fatto di sangue (“…lo misero nel bagagliaio, dettero fuoco che poi lui era ancora vivo…”) che in quella data, ossia nel settembre 1992, non potevano essere conosciuti se non dai diretti interessati, trattandosi di un classico caso di “lupara bianca”. Quei particolari, come si vedrà, sarebbero stati rivelati dai collaboratori soltanto dopo il 1992.

Il Cattafi, in particolare, riferiva: “… si piglia a questo PINO O’ SCECCO, il quale Pino O’ SCECCO lo chiama “vossia”, vede e si informa (incompr.) arresti domiciliari. Mi deve dare altre cose, camurrie, lui; invece di dirgli provateci (incompr.) e poi invece ci dice: “non ti devi permettere di qua, là (incompr.) e basta e finì là. Dopodichè passano un 15 giorni e questo (incompr.) va a prenderlo (incompr.). Per un po’ di filo so scannati, e a quello (incompr.) ci andò Pino O’ SCECCO, CARMEL, NATALE (incompr.) e lo pigliarono (fischio breve avente il significato di “fare fuori”), lo (incompr.), lo mettono nel portabagaglio, dettero fuoco che poi lui era ancora vivo (incompr.) che però non apparteneva a lui…

Cattafi, ancora, addebitava a “Pino o Scecco” la responsabilità di una guerra scoppiata a Barcellona fra fazioni avverse: è evidente il riferimento alla ben nota guerra di mafia scatenatasi nei primi anni ’90 fra barcellonesi e seguaci di Pino Chiofalo, detto “Pinu u Sceccu”: “… perché questa cosa la raccontava, capisci? Prima lo SCECCO – che il nome stesso che è SCECCO – prima si è nascosto, poi visto quello (incompr.) capisci? (incompr.) incominciò a calare, a calare (incompr.) che non c’entrava niente, dice che erano personaggi che non avevano mai. Chi aspettava una cosa del genere quindi (incompr.)… e scoppiò la guerra. Hai capito? A causa sua è scoppiata questa guerra, ma è strano perché lui era un uomo molto…

Cattafi addebitava a “Pino o Scecco” anche l’omicidio di un suo amico, tale “Ciccino” o “GIGGINO”, definito “cugino del governatore CUOMO”: è evidente il riferimento all’omicidio di GITTO Francesco, uomo di affari ed imprenditore barcellonese, lontano parente del governatore di New York, Mario CUOMO.

Anche in questo caso, in ogni caso, il Cattafi, nel successivo verbale di s.i.t. del 28.10.1993, confermava che, in quella sede, si riferiva proprio all’omicidio di GITTO Francesco.

Il Cattafi riferiva: “… hanno capito che lui non aveva nessuno, videro che non c’è nessuno vicino (incompr.) dice: “questo è tuo”. Poi quando hanno visto che non succedeva niente, non succedeva niente perché? Perché nessuno sapeva, capisci? Queste cose sono nel giro di un mese e mezzo, nessuno ha potuto capire. Poi io e la buonanima di GIGGINO (o CICCINO) quando (incompr.), ma perché ci sono arrivato con la testa, capisci? Perché non c’erano altri (incompr.), ma non si sapeva niente, niente di niente. E poi scoppiò una guerra. Ci furono morti. Ancora oggi ne ammazzano sempre dalla parte dello SCECCO. Pino O’ SCECCO prese e ammazzò un amico mio GIGGINO (o CICCINO). Il cugino del governatore CUOMO… non c’entrava niente…”.

Cattafi continuava a raccontare le imprese dello “SCECCO”: “… E nonostante questo, pensa che poi c’erano i cugini nomadi della (incompr.), no? Pino O’ SCECCO diceva: “ammazza a quello, ammazza a quello”. Come nome non ci fu mai (incompr.) perché beccarli (incompr.). Io se (incompr.) – in modo che io vado tranquillo e poi mi staccano la testa – per precauzione, quando scendevo, scendevo (incompr.)… Lui non si è mai capito, la moglie arrestata, ma più asino di lui (incompr.)… … FERRARA morì (incompr.) mi pare che (incompr.) boss (incompr.) AGRIGENTO. E poi prese il suo posto Pino O’ SCECCO … …

Cattafi, da ultimo, specificava di aver potuto avere informazioni sulle strategie della fazione avversa, capeggiata proprio da “Pino o Scecco”, perché un esponente di tale gruppo venne convinto al tradimento ed inglobato nelle file della cosca del Cattafi. Dopo un breve excursus su altre vicende connesse (“… certe volte c’è gente che non si capisce com’è, come può cadere in certe cose così stupide. Di soldi ne ha tanti … ma se a Barcellona vivono (incompr.) fino a Barcellona arrivano, lupara bianca – o ero dall’ottanta – morì nel 1986, che io ero ancora carcerato. No carcerato, ero uscito nell’85 agli arresti domiciliari (incompr.)… … “), Cattafi affermava: “… noi altri lo abbiamo saputo perché il (sembra dica “Ratto”) passò dall’altra parte e venne da questo lato, no!…E raccontò a tutti quanti… e abbiamo saputo questi particolari…”: appare evidente dunque come Cattafi, con tali parole, riconoscesse implicitamente di essere parte integrante del gruppo “Barcellonese”, contrapposto a quello di “Pino U’ Sceccu”.

Cattafi aggiungeva: “E poi quando dovettero ammazzare Giggino, invece, pigliarono in Calabria a Pellaro, fecero una riunione che c’erano tutti i capi… e due ci fecero….ma io ti dico, Giovanni (riferendosi al Salesi)… ma io questa fortuna…e c’era sai chi, c’era Gim, il ricottaro… allora non lo faceva e suo fratello Tonino…gli strapparono gli occhi… ti posso dire che all’epoca… lui ancora lavorava a Barcellona e a Taormina… vende coca, vende coca…”. (cfr. informativa Gico Firenze n. 109/UG del 3.4.1996, pg. 21 e segg).

In merito, il Tribunale di Messina, Sezione Misure di Prevenzione, affermava:

“Altrettanto significativo appare il contenuto della conversazione intercettata in data 21.9.92: nell’occasione il Cattafi ha rivelato alcuni particolari di un omicidio, ha menzionato l’organizzazione di tipo mafioso operante in Barcellona P.G., ha riferito della sua partecipazione ad un’attività delittuosa per la cui esecuzione furono impegnate numerose persone (ha precisato che anch’egli si trovava “fuori” ad aspettare e che “se tutto andava bene” erano a disposizione alcuni appartamenti); ha attribuito a tale “Pino, u sceccu” (identificato in Chiofalo Giuseppe, ritenuto come dato desumere dal decreto che dispone il giudizio n.606/93 r.g.n.r. in atti promotore c capo di un gruppo criminale di stampo mafioso contrapposto al c.d. gruppo barcellonese) la responsabilità dell’esplosione in Barcellona P.G. di un conflitto cruento tra i suddetti gruppi ed ha dichiarato il suo inserimento nel gruppo avverso a quello del citato “Pino u sceccu”. Al riguardo le affermazioni del Cattafi sono estremamente eloquenti: egli ha raccontato, invero, di avere acquisito informazioni sulle strategie criminali del gruppo facente capo al Chiofalo grazie ad un appartenente al detto gruppo, il quale, indotto al tradimento, ebbe a transitare nel gruppo avverso, cui il Cattafi ha dichiarato di appartenere; il prevenuto, infatti, ha testualmente affermato “noi … noialtri lo abbiamo saputo perchè il … (ratto?) passò dall’altra parte e venne da questo lato, no. E raccontò a tutti quanti… e abbiamo saputo questi particolari”, ed ha proseguito riferendo circostanze ed eventi che denotano una conoscenza piena e diretta della composizione dei gruppi criminosi, della contrapposizione c delle dinamiche d’azione degli stessi nonchè di specifici eventi delittuosi in quel contesto maturati.

Certamente sintomatica della negativa personalità del proposto deve ritenersi un’altra circostanza emersa nel corso del citato servizio di intercettazione ambientale, relativa ad una azione criminosa di aggressione o di danneggiamento da compiere nei confronti di una persona non identificata tuttavia da ritenersi di un certo spessore, al punto che gli interlocutori convenivano sull’opportunità di colpire l’avversario in modo diverso perchè “L’unica cosa che … per farlo sentire male ~ quello … toccargli i denari” (intercett. 16.9.92, h. 00.55).

L’azione suddetta risulta determinata da una questione che appare di diretto interesse del Cattafi: gli interlocutori (Cattafi e Crescente) hanno fatto riferimento ad una “lezione da dare” ed a “zio Turi ” (Cuscunà Salvatore) quale soggetto che aveva provveduto ad individuare Zuppardo Emanuele come esecutore materiale (lo Zuppardo sarà poi trovato in possesso, nel corso di una perquisizione eseguita dai militari del G.I.C.O., di una pistola dotata di silenziatore)” (cfr. decreto del Tribunale, Sezione misura di Prevenzione, in atti).

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Da notare infine che sempre quel Tribunale osservava: “Il medesimo giudice ha dato atto che il Cuscunà, con sentenza passata in giudicato, è stato riconosciuto appartenente alla famiglia mafiosa del Santapaola…”.

Il tenore complessivo di tale lunga conversazione costituisce, dunque, un fortissimo riscontro alla dichiarazioni dei collaboratori circa l’organicità del CATTAFI all’organizzazione barcellonese.

 

Gli interrogatori di Cattafi.

L’odierno indagato, nel corso degli anni, ha sostenuto numerosi interrogatori nell’ambito dei quali ha sempre cercato di giustificare la sua posizione.

CATTAFI veniva interrogato nell’ambito del procedimento penale n.1187/1992 RGNR;

sentito da ufficiali del GI.CO., nell’interrogatorio del 13.5.1993, egli riferiva di conoscere SALESI Giovanni solo perché era solito lasciare la propria autovettura ed una sua moto presso l’autoparco di via Salomone, specie quando partiva con l’aereo alla volta della Sicilia.

In un successivo interrogatorio reso al P.M. di Firenze, dopo il suo arresto, nell’ambito del procedimento “Autoparco”, egli, sempre a proposito dei rapporti con il SALESI, affermava: “… prendo atto che lei mi fa rilevare che le intercettazioni telefoniche ed ambientali farebbero pensare ad una mia integrazione nel sodalizio gravitante nell’Autoparco. Dico subito che i miei rapporti con CRESCENTE Ambrogio, ZUPPARDO Emanuele, CACCAMO Vincenzo… erano in realtà delle millanterie che mi servivano ad accreditarmi ai loro occhi come persona del giro, in maniera da scongiurare eventuali azioni aggressive nei miei confronti…”.

Il Tribunale di Messina, Sezione Misure di Prevenzione, con riferimento a questo tipo di giustificazione, affermava in proposito: “Condividendo le conclusioni cui già era pervenuto altro organo giudicante (segnatamente il Tribunale di Milano con la sentenza 30.1.1996, cit.), deve ritenersi l’inverosimiglianza dell’assunto difensivo che definisce appunto “millanterie” (in particolare volte ad accreditarsi come “persona del giro in maniera da scongiurare eventuali azioni aggressive” nei suoi confronti) le dichiarazioni del Cattafi oggetto di intercettazione ambientale presso i locali dell’autoparco del Salesi (int. al PM della DDA di Firenze, v. nota GICO, cit.). Dati di esperienza processuale consentono, piuttosto, di affermare che in un contesto associativo di tipo mafioso è impensabile che un soggetto possa reiteratamente proporsi, peraltro con diversi interlocutori (anche di elevato spessore criminale) ed in differenti contesti, come persona “vicina” ad un esponente di vertice di Cosa Nostra (segnatamente Santapaola Benedetto), riferendo di specifiche attività delittuose realizzate per conto e nell’interesse di questi, in assenza di eventi di riscontro e senza incorrere in alcuna reazione da parte dell’associazione.”

 

Gli omicidi “menzionati” da Cattafi nella conversazione ambientale del 21.9.2002.

 

Il Cattafi, come si è visto, nella conversazione ambientale del 21.9.2002 sopra riportata, faceva riferimento ad alcuni fatti di sangue commessi durante la guerra intercorsa fra Barcellonesi ed il famigerato Pino “U Sceccu”, ossia CHIOFALO Giuseppe.

Gli specifici riferimenti operati dal Cattafi, durante le sue conversazioni all’interno dell’Autoparco di Milano, hanno permesso di individuare tali fatti di sangue, come si è visto, negli omicidi commessi rispettivamente in danno di Girolamo “Mommo” PETRETTA, legato ed imbavagliato all’interno del cofano di un’autovettura e successivamente bruciato; in danno di COPPOLINO Carmelo, detto “Raia”; in danno di GITTO Francesco, effettivamente risultato parente del governatore Cuomo di New York.

Il riferimento a tali omicidi (almeno a quelli di Petretta e Gitto), del resto, veniva compiuto dallo stesso Cattafi nell’ambito del suo verbale di s.i.t. del 28.10.1993, laddove gli veniva chiesto il senso ed il significato delle affermazioni rese nel corso di quelle conversazioni svoltesi all’interno dell’Autoparco ed oggetto di intercettazione ambientale.

Il Cattafi, nell’ambito del suddetto verbale, laddove gli veniva chiesto il senso ed il significato delle affermazioni rese nel corso di quelle conversazioni ambientali, infatti, riferiva di essere venuto a conoscenza di quei particolari così precisi da notizie giornalistiche, dall’ambiente di Barcellona e addirittura dalle stesse Forze dell’Ordine, con cui intratteneva rapporti confidenziali.

Ciò non è affatto verosimile, dal momento che fino al settembre 1992 nulla si sapeva della fine di “Mommo” Petretta, il quale era semplicemente uno “scomparso”, ossia uno dei tanti casi di “lupara bianca”.

Infatti, già la c.d. Sentenza “Rossi” del 20.10.1990, emessa a carico del clan Chiofalo quando costui non aveva ancora iniziato in alcun modo la sua collaborazione, aveva dato atto della semplice “scomparsa” del Petretta ed addirittura aveva affermato che non si poteva neanche stabilire con certezza se costui fosse stato ucciso o si fosse allontanato volontariamente dal territorio (cfr. sentenza c.d. “Rossi”, in atti).

I particolari di quella esecuzione (si ripete, il Petretta legato ed imbavagliato all’interno del cofano di un’autovettura e successivamente bruciato) vennero alla luce soltanto dopo il 1992, grazie al contributo dei collaboratori.

I collaboratori che resero dichiarazioni in merito, fornendo i particolari specifici della fine del Petretta, furono CHIOFALO, GULLI’, CIPRIANO e GALATI GIORDANO Orlando.

Ciascuno di questi manifestò la volontà di collaborare, senza ancora iniziare a rendere dichiarazioni, in epoca sicuramente successiva al 1992, quando, comunque, tutti erano già detenuti da tempo: precisamente, il CHIOFALO manifestò la volontà di collaborare nel settembre 1994; GULLI’ Domenico nel novembre 1994; CIPRIANO Giuseppe nel giugno 1994; GALATI GIORDANO Orlando non prima dell’aprile 1993 (cfr. verbali di assunzione degli impegni, in atti).

Appare dunque del tutto inverosimile che il Cattafi abbia potuto trarre le sue conoscenze, così come pure ha affermato, da “notizie giornalistiche”, dal momento che in quel periodo nulla si sapeva in ordine alla fine del Petretta, se non che costui era “scomparso”.

Analoga osservazione deve farsi con riferimento alle sue affermazioni circa non meglio specificati ed improbabili rapporti con le Forze dell’Ordine e le conseguenti confidenze ricevute dalle stesse.

La verità è che il Cattafi era a conoscenza di notizie così precise e specifiche sulla fine di Mommo Petretta proprio perché egli del tutto “organico” a certi ambienti, gli unici, in quel periodo, ad essere depositari dei macabri particolari sulla fine del Petretta.

Né si deve dimenticare che DE GIORGI Giovanni, in tempi non sospetti, ebbe a riferire che il CATTAFI conosceva bene tale soggetto, infatti proprio il CATTAFI gli “…presentò anche tale MOMMO PETRETTA da Barcellona P.G., che trattava con grande deferenza; lo stesso venne diverse volte in Milano, in compagnia del CATTAFI, e che vidi personalmente un paio di volte. … …”.

Inoltre, come già visto, è stato lo stesso CATTAFI ad ammettere di aver conosciuto personalmente Mommo PETRETTA, così come riportato nell’ordinanza del G.I. di Milano, nell’ambito del procedimento penale a carico di Abbatista Michele + altri. In quella sede il G.I., in ordine rapporti intercorrenti fra “Turi Buatta”, Saro CATTAFI ed EPAMINONDA Angelo, riportava la deposizione rilasciata dal teste Saro CATTAFI e scriveva: “Inoltre, quanto ai rapporti fra Turi Buatta, tale Saro ed Epaminonda con riferimento all’attività di cambio assegni al casinò di Saint Vincent, proprio l’interessato, ossia Saro Cattafi, sentito ex art. 348 bis cpp, riferisce al PM il 22.12.1984, a perfetto riscontro di quanto dichiarato dal Tebano: “Presi così contatto con un catanese operante a Milano, tale Turi Buatta, che dall’ufficio apprendo chiamarsi Salvatore Cuscunà”. Costui mi era stato presentato in Sicilia o a Milano, non ne conservo precisa memoria, da Mommo PEDRETTA. Non so cosa Buatta faccia esattamente; mi pare sia interessato in un’azienda di autotrasporti. So che Buatta ha relazioni nel mondo della malavita e, anche se non sono in grado di indicare fatti, situazione e personaggi particolari, mi era noto che lo stesso poteva arrivare dovunque e presso chiunque. PEDRETTA, le volte che veniva a Milano, passava a salutare e comunque si incontrava con Buatta… … Chiesi dunque a Buatta se avesse interesse a favorirmi nel senso dianzi precisato ma egli declinò l’invito, segnalandomi che il settore del gioco non gli era congeniale. Chiesi allora se mi poteva mettere in contatto con qualche altro personaggio. Appresi proprio da Buatta che un’autorità nel settore del gioco d’azzardo era Angelo EPAMINONDA, gestore di bische e di casinò, uno comunque con le mani in pasta. Pregai Buatta di procurami un appuntamento con EPAMINONDA ed egli mi riferì che era difficile rintracciarlo… … Dopo qualche tempo, seppi da costui che avremmo potuto incontrare l’EPAMINONDA. … Buatta mi condusse in un caseggiato popolare nella zona del Naviglio… All’interno trovai e mi fu presentato l’EPAMINONDA… Spiegai dunque ad EPAMINONDA quale era il mio problema ed appresi che egli non era interessato assolutamente alla cosa, anche perché quando avesse voluto entrare al casinò, lo avrebbe fatto di forza e senza alcun problema…” (cfr. ordinanza cautelare a carico di Abbatista Michele + altri, in atti, pagg. 62 – 63).

Si riportano di seguito le dinamiche essenziali degli omicidi PETRETTA, COPPOLINO e GITTO-LAVORINO, così come risultano dalle dichiarazioni dei collaboratori ed accertate nell’ambito del processo “Mare Nostrum”, primo e secondo grado, svoltosi innanzi la Corte di Assise di Messina.

 

Omicidio PETRETTA Girolamo, commesso il 28.11.1986

 

Girolamo Petretta scomparve nel pomeriggio del 28 novembre 1986 (la denuncia fu presentata dalla moglie in data 30 novembre 1986): di lui si persero le tracce e non venne più ritrovato. Infatti, come si è già detto, anche nella sentenza c.d. “Rossi” dell’ottobre 1990, si diede atto della “sparizione” del Petretta, senza che si potesse provare in alcun modo la sua effettiva eliminazione fisica.

Quello fu il primo omicidio della Banda Chiofalo e precedette di pochi mesi quelli di RUGOLO Francesco, avvenuto il 26.2.1987 e di IANNELLO Franco Emilio, avvenuto il 30.3.1987 (Petretta, Rugolo e Iannello furono in effetti i primi tre omicidi ascrivibili al clan “Chiofalo”).

La scomparsa si collocava temporalmente molto vicino al rientro, nell’ottobre 1986, di Chiofalo a Terme Vigliatore, in regime di arresti ai domiciliari presso la casa della sorella Maria Pia.

La causale dell’omicidio era da ricercarsi nel fatto che Petretta aveva rapporti con i Catanesi, addirittura ne era “succube”; gestiva il rapporto fra le imprese catanesi impegnate nel raddoppio della linea ferroviaria Messina-Palermo, in particolare la IRA Costruzioni, e le imprese locali e ne riscuoteva il denaro a titolo di estorsione; il suo modus operandi era in aperto contrasto con il progetto di Chiofalo di creare un “consorzio locale” di imprese dell’area barcellonese in grado di aggiudicarsi tutte le commesse locali, tenendo fuori le imprese che venivano da altre province; egli, inoltre, aveva rapporti con Rugolo e Iannello, così come emergeva dalle stesse dichiarazioni in dibattimento della moglie e della figlia.

L’agguato fu organizzato all’interno del cantiere dei fratelli BENENATI, presso cui il Petretta si recava periodicamente per riscuotere delle somme di denaro che riceveva per delle forniture di calcestruzzo che dirottava dai cantieri IRA in favore dei cantieri Benenati: si trattava, in sostanza, di una sorta di truffa che egli perpetrava ai danni dell’IRA costruzioni in favore dei Benenati, con i quali spartiva i guadagni.

Secondo il racconto di CHIOFALO e degli altri collaboratori, Benenati Francesco, tramite un suo ragioniere, diede appuntamento al Petretta presso il suo cantiere di sera, quando ormai gli operai erano già andati via, con la scusa di dargli il denaro. Fu teso un tranello al Petretta, nel senso che mentre costui era intento a parlare con Benenati, dentro una stanza all’interno del cantiere, entrarono Galati Giordano Orlando, il fratello Galati Giordano Calogero, il cognato Conti Taguali Sebastiano, detto “u maruchhinu”, Bivacqua Nicolò e Aspa Giovanni. Petretta fu imbavagliato, legato e sbattuto dentro il cofano della macchina di Bivacqua Nicolò e portato nel torrente di Mazzarà. Qui venne aperto il cofano, Petretta era ancora vivo, implorò aiuto, ma fu sparato prima da Natale Gambino e poi dal Bivacqua, che diede il colpo di grazia.

Il Benenati, invece di far sparire il cadavere nel torrente, optò per bruciare il cadavere e collocò il corpo “in dei copertoni di trattori” e vi diede fuoco, dentro il suo cantiere. Dal momento che era sorvegliato speciale e non poteva gestire il fuoco per tutta la notte, diede incarico al cognato Giorgianni Antonino e Tramontana Domenico, i quali provvidero in tal senso. Dal cadavere di Petretta furono prelevati circa 10 milioni in contanti, una pistola di piccolo calibro, un orologio d’oro ed un anello con tre brillanti, che furono spartiti fra gli esecutori.

GALATI GIORDANO Orlando, GULLI’, CIPRIANO confermavano sostanzialmente la ricostruzione di Chiofalo, salvo il Galati Giordano Orlando che escludeva nettamente la presenza all’omicidio del fratello GALATI GIORDANO Calogero, del quale negava anche l’affiliazione allo stesso clan Chiofalo. La discordanza fra i due dava adito ad un aspro confronto tra i due collaboratori (Chiofalo e Galati Giordano Orlando).

(cfr. sentenza di primo grado “Mare Nostrum”, pg. 561- 615).

Si riportano le dichiarazioni dibattimentali di CHIOFALO Giuseppe:

 

CAUSALE:

CHIOFALO G.: …insieme ragionammo invece per la eliminazione di PETRETTA. L’eliminazione di PETRETTA… io, GAMBINO NATALE, FRANCESCO COPPOLINO, PAGANO FRANCESCO mi sembra pure che c’era presente, queste persone qua più o meno eravamo.. ma prima di passare anche all’eliminazione dello stesso PETRETTA io volli sentirlo il PETRETTA. .. E così inviai da lui il mio affiliato SANO’ LUIGI e dissi, invitai il PETRETTA di venirmi a trovare, anche perché volevo salutarlo, giacché io non potevo uscire..…il giorno successivo è venuto… a casa mia, dove io ero agli arresti domiciliari. Ci siamo appartati nel salotto di casa mia, venne e quindi per subito mi spiegò di non muovermi, nel senso che la zona era satura di palermitani e catanesi, che lui comunque gestiva quella situazione e che era disposto a dividere con me i suoi proventi, purché io nulla facessi contro queste persone. Capii che i nostri dialoghi erano realmente su linee opposte, capii che di fatto quanto diceva GAMBINO NATALE, di cui non avevo dubbi fra l’altro, e BENENATI FRANCESCO era indiscutibile, il PETRETTA andava rimosso. Mi ricordo che nella circostanza mi diede un milione come segno di omaggio che ero tornato a casa, e io li accettai indifferentemente. Ci salutammo e se ne andò.

 

MANDANTI:

..all’eliminazione del PETRETTA presente ero io, COPPOLINO CARMELO, PAGANO FRANCESCO, per quello che ricordo in questo momento GAMBINO NATALE e BENENATI FRANCESCO.. sì, MILONE CARMELO veniva informato di questa situazione, all’epoca ricordo attraverso MAZZEO GIUSEPPE nei colloquio che gli faceva sia dei colloqui personali e poi attraverso la moglie che gli portava queste ambasciate…

 

IDEAZIONE:

…Voglio dire quando noi abbiamo deciso di uccidere PETRETTA, per tutte le persone PETRETTA era imprendibile, perché PETRETTA viveva in una casa blindata con telecamere e tutto quanto. Se PETRETTA camminava per la strada e la moglie lo fermava, PETRETTA non si fermava. Però come tutte le cose nella vita, che la vita ci insegna, la strada ci insegna, la maestra di tutto e di tutti, secondo me, PETRETTA aveva un punto debole. Io un attimo fa, signor Pubblico Ministero e signor Presidente, dichiarai che del cemento in nero usciva dalle ditte e veniva… dalle ditte mi riferisco dai camion che dovevano essere scaricati dalla ditta GRACI o COSTANZO, con la complicità di PETRETTA, con la complicità dell’Ingegnere GORI, di MACCHERONE e quant’altri, veniva così depistato e scaricato in nero in dei cantieri. E questo ha ucciso PETRETTA.

……sì. Noi sapevamo che PETRETTA GIROLAMO scaricava del cemento nel nostro cantiere BENENATI e che quindi un certo giorno lui passava a riscuotere. Però PETRETTA passava a riscuotere in un orario dove c’erano sia impiegati, perché c’erano degli impiegati dentro e c’erano degli operai dentro. Il cantiere era quello vicino PORTO ROSA, perché lì c’era il silos, mentre l’estrazione del greto, della sabbia, era nel torrente di MAZZARA’ SANT’ANDREA. Allora che cosa si è escogitato? Che quando, il giorno in cui PETRETTA andava a riscuotere i soldi BENENATI non si faceva trovare, si faceva trovare il ragioniere nostro nel cantiere di BENENATI, che era a conoscenza e complice della situazione, e si inventava una situazione, e così andò, e si inventava una situazione dicendo che all’improvviso BENENATI si è dovuto recare in tal posto e che BENENATI l’aveva incaricato di riferirgli di passare a tale ora perché i soldi erano pronti. Quella tale ora era alla chiusura del cantiere quando nel cantiere non c’era più nessuno. Quindi il PETRETTA si recò a quella tale ora per prendersi i soldi e in quella tale ora trovò la sorpresa che lo uccise.

 

ESECUZIONE ED ESECUTORI:

..le modalità sono state semplici. Abbiamo demandato l’incarico a, glielo dico subito. Dopo aver pianificato il piano si doveva solo stabilire chi doveva eseguirlo. Le persone che lo hanno eseguito sono stati GALATI GIORDANO ORLANDO, GALATI GIORDANO CALOGERO, il cognato di questi CONTI TAGUALI SEBASTIANO detto U MARUCCHINU, BIVACQUA NICOLO’ e ASPA GIOVANNI. Quindi fatto questo commando, dal momento in cui si stabilì che quel giorno doveva andare a prendere i soldi nel cantiere si è fatto trovare a quella ora specifica BENENATI e GAMBINO NATALE. Mentre BENENATI, GAMBINO NATALE e PETRETTA erano nell’ufficio del silos del cantiere entrarono che si erano appostati di rimpetto a questo cantiere che c’era una casa, diciamo, un po’ diroccata quindi c’erano delle macerie, con una pianta di gelso ricordo, erano appostati in quel posto, fecero irruzione come per fargli una rapina. Quindi non era una rapina, era l’omicidio e di conseguenza lo imbavagliarono, lo legarono con un filo di ferro, l’hanno messo nella macchina di BIVACQUA NICOLO’, lo trasportarono… nei particolari mi ricordo che mi raccontarono, mi parteciparono più che mi raccontarono, perché a volte si confonde questa frase, a me non mi raccontavano, gli era doveroso parteciparmi, è diverso. Quindi gli hanno sbattuto il cofano della macchina sulla testa, lo hanno tramortito nel cofano e lo portarono nell’altro impianto che era diciamo nel torrente nel greto di MAZZARA’ SANT’ANDREA, più vicino a MAZZARA’ che a VIGLIATORE. E lì è stato aperto il cofano, lui invocò non so, invocò aiuto, voleva essere… comunque NATALE GAMBINO gli sparò il primo colpo e BIVACQUA NICOLA lo finì. E così si era optato per farlo scomparire.

 

OCCULTAMENTO DEL CADAVERE:

..Stavo dicendo questo; che dopo di questa situazione così mi è partecipato un po’ di tutti, ma di BIVACQUA NICOLO’, GAMBINO NATALE, BENENATI e quant’altri. Quindi è successo che arrivati nel greto è stato ucciso PETRETTA. I miei ordini erano quelli, a BENENATI, di occultare il cadavere, perciò si era portato nel greto di MAZZARA’. Ma il BENENATI mi presentò delle giustificazioni che io tutto sommato ho condiviso, e in quelle giustificazioni albergava quanto. Lui disse “non me la sono sentita di occultare il cadavere per due specifici motivi. Primo perché era sufficiente che scendesse una piena e in qualche modo poteva venire fuori il cadavere. Secondo perché tutti i presenti sapevamo dov’era il luogo dell’ubicazione dello stesso. Quindi lui in piena autonomia, che ne aveva autonomia, voglio dire, li dove io non ero presente, perché vigeva questa regola che i responsabili li dove io non ero presente e c’era un’emergenza comunque avevano facoltà di prendere una decisione. E lui così decise. Mandò via tutti i presenti. GAMBINO NATALE andò via col suo camion, GALATI GIORDANO ORLANDO e ASPA GIOVANNI andarono via con la macchina del PETRETTA e con la macchina stessa di GALATI GIORDANO ORLANDO, in quanto si recarono in zona di CATANIA per far scomparire presso un carrozziere, così mi riferirono, a loro volta complice perché sa (incomprensibile) e hanno fatto scomparire la macchina del PETRETTA e quindi una volta fatto questo tornarono indietro con la macchina di GALATI GIORDANO ORLANDO. SEBASTIANO come si chiama… CONTI TAGUALI SEBASTIANO insieme al cognato GALATI GIORDANO CALOGERO con la macchina di GALATI GIORDANO si recarono in TORTORICI. BIVACQUA NICOLO’ con la sua ARGENTA si recò a casa mia e ancora aveva il portabagagli della macchina sporco di sangue e l’abbiamo pulito insieme nel garage di casa dove io ero, perché era di sera tardi. mi parteciparono pure una somma di denaro di circa 10 milioni che io lasciai a loro da dividere in parti uguali fra di loro… Non mi prendevo i soldi del morto. Conclusione, il come si chiama, il BENENATI FRANCESCO optò per bruciare il cadavere di PETRETTA, e allora ha messo il cadavere in dei copertoni dei trattori e ha dato fuoco nel suo cantiere. Essendo che lui non poteva gestire il fuoco per tutta la notte in quanto era sorvegliato, sto parlando di BENENATI FRANCESCO, diede incarico… al cognato GIORGIANNI ANTONINO, e voglio precisare da dove è stato bruciato il cadavere di PETRETTA in linea d’aria disterà un chilometro, un chilometro e mezzo, perché questo signore abitava, adesso non so se abita ancora là, nella strada che da SAN BIAGIO TERME VIGLIATORE porta a MAZZARA’. Quindi zona detta CASE BRUCIATE. E abita diciamo in una rampa, questa casa era di BENENATI, quindi della… perché questo signore è sposato con la sorella di BENENATI e quindi abitavano nella casa materna, paterna di BENENATI, che è ubicata in questa rampa, diciamo, che dà poi a scendere il fiume, il greto. Quindi da lì è a pochissima distanza rispetto al cantiere di BENENATI. Il BENENATI mi partecipò questo, che proprio perché si assicurasse che il fuoco durasse tutta la notte partecipò quanto andava partecipato al cognato GIORGIANNI ANTONINO e a TRAMONTANA DOMENICO che era… non era nostro affiliato, era un promesso affiliato che poi non fu mai affiliato, ma era molto affiliato, molto affiatato a BENENATI FRANCESCO. Ecco questo è quanto rispetto all’omicidio PETRETTA.

 

DIVISIONE:

..BIVACQUA disse la sera stesso che il PETRETTA aveva addosso circa dieci milioni, e io dissi “divideteli voi in parti uguali.” Oltre ai dieci milioni…sì, venne rinvenuta una piccola pistola che l’aveva presa BIVACQUA, e credo un anello di brillanti che l’aveva preso GALATI GIORDANO ORLANDO.

..c’era un orologio, però qualcuno disse che si era bruciano. Ma cioè non è che mi sono interessato più di tanto io, voglio dire..io posso dirle di non avere mai visto l’orologio in questione, e di non avere mai dato peso a questa cosa, perché la cosa non mi interessava affatto.

 

Si riportano le dichiarazioni dibattimentali di GALATI GIORDANO Orlando, che forniva una ricostruzione analoga, quanto meno con riferimento al fatto che Petretta, prima di essere ucciso, fu rinchiuso all’interno di un portabagagli di auto:

 

PROGRAMMAZIONE ED ESECUZIONE:

…dopo il programma che aveva fatto CHIOFALO si iniziò dal primo omicidio… il CHIOFALO si trovava alla detenzione domiciliare, ci siamo riuniti a casa di CHIOFALO per questo omicidio.. di MOMMO PETRETTA non doveva essere ucciso, ma bensì farlo scomparire per non creare allarmi, e di dargli meno sospetto ai Barcellonesi. Dunque, allora questo omicidio erano d’accordo anche i fratelli BENENATI, anche perchè uno dei BENENATI, BENENATI FRANCESCO diceva che il MOMMO PETRETTA ogni fine mese passava dal suo, dove lui aveva l’attività per riscuotere la tangente. … allora, quelli che abbiamo partecipato, come nella riunione era al corrente sia CIPRIANO, sia CHIOFALO, e sia io, BIVACQUA NICOLINO, CONTIGUGLIA NUCCIO, PRESTIMONE CALOGERO. Diciamo che ancora, all’epoca, mancava sia GULLI’ DOMENICO, perchè doveva uscire, e sia IMBESI SALVATORE. E tutti quelli che ho nominato eravamo a conoscenza di questi omicidi, e pure degli altri che si dovevano fare. Quelli che abbiamo partecipato propria per prendere il MOMMO PETRETTA già l’ho detto che sono stato io, BIVACQUA NICOLINO, ASPA GIOVANNI, CONTIGUGLIA NUCCIO e CALOGERO PRESTIMONE.

Allora ci siamo riuniti io, CHIOFALO GIUSEPPE, CONTIGUGLIA NUCCIO, ASPA GIOVANNI e BIVACQUA NICOLINO tutti a casa di CHIOFALO; e con l’accordo di BENENATI FRANCESCO che praticamente quella sera il MOMMO PETRETTA doveva passere per riscuotere il mensile. Allora abbiamo partecipato più persone perchè di solito il PETRETTA, a dire del BENENATI, si recava con un’altra persona. Allora quella sera le persone che già ho indicate, tranne il BENENATI che ci aspettava nel cantiere, ci siamo recati tutti nel cantiere di BENENATI, e comunque già erano… gli operai erano andati via da una mezzoretta, una oretta. E ci siamo appostati nel cantiere di BENENATI che si trova prima di FALCONE.. siamo arrivati lì, e abbiamo nascosto le macchine e ci siamo nascosti pure noi perchè il cantiere dei BENENATI aveva, diciamo, due stanze: una dove c’erano tutte cose manuali, e l’altra un ufficio dei BENENATI. Allora ci siamo nascosti in questa dove vi erano questi attrezzi di lavoro, e con il CALOGERO PRESTIMONE, e CONTIGUGLIA NUCCIO sono rimasti fuori; diciamo sempre in questo cantiere la sera, quando gli operai andavano via c’erano parcheggiati tutti i mezzi dei BENENATI, parlo di camion, betoniere, e si sono nascosti lì dietro in attesa che arrivasse questo MOMMO PETRETTA. E così fu, dopo circa un oretta arrivò MOMMO PETRETTA con una RENAULT CINQUE bianca; solo che era da solo. Nel frattempo che il PETRETTA si è seduto che dava le spalle verso la porta, che era prono per… praticamente il BENENATI doveva fare l’indifferente di pagarlo, a quel punto sono uscito io, BIVACQUA NICOLINO e ASPA GIOVANNI; siamo usciti e lo abbiamo bloccato subito.. sempre alle spalle per come lui si trovava perchè ci dava le spalle, noi gli abbiamo abbassato la giacca, ed abbassandogli la giacca lui non poteva fare più un movimento perchè diciamo che gli abbiamo bloccato anche le braccia… e praticamente il MOMMO PETRETTA aveva una piccola pistola con se, che gliela abbiamo tolta, un orologio d’oro aveva, sette milioni aveva. E che cosa è successo? Che se lo sono caricati in macchina, parlo di ASPA GIOVANNI e BIVACQUA NICOLINO, CONTIGUGLIA NUCCIO nella macchina di BIVACQUA NICOLINO, era una ARGENTA blues metallizzata, e se lo sono portato via per farlo scomparire. Cosa che io, invece, e il PRESTIMONE CALOGERO abbiamo…, io ho preso la macchina, la macchina di MOMMO PETRETTA, una RENAULT bianca, perchè praticamente dovevo fare scomparire la macchina, anche la macchina. E visto che io avevo amicizie ad ADRANO, un paese in provincia di CATANIA, allora io con la RENAULT, CALOGERO PRESTIMONE con la RENAULT CINQUE di CONTIGUGLIA… ci siamo recati ad ADRANO per portagli la macchina. Gli ho portato la macchina ad un certo SALAMONE SALVATORE, un ragazzo che io avevo conosciuto all’epoca che ho lavorato, per quattro o cinque anni, ad ADRANO in un magazzino; non solo avevo lavorato! Conoscevo tutti questi ragazzi che facevano parte della mafia lì di ADRANO… l’ho messo al corrente di chi era la macchina, e questa macchina doveva scomparire, e la dovevano proprio pressare, comunque farla scomparire. Dopodichè abbiamo fatto rientro a TORTORICI; il PRESTIMONE mi accompagna a me a casa, e prosegue per casa sua. All’indomani, l’indomani sera, perchè poi quella sera il BIVACQUA NICOLINO rimase a MILAZZO… nella sua fidanzata. E all’indomani sera, se non ricordo male, fu lo stesso BIVACQUA che mi ha spiegato tutte le modalità come avevano ucciso il PETRETTA. Ecco una volta che lo abbiamo imbracato lì con la giacca poi gli abbiamo passato del nastro adesivo attorno alle mani, le mani didietro, e lo hanno messo nel portabagagli così. Al dire di BIVACQUA quando sono arrivati sul luogo dove lo dovevano uccidere per sotterrarlo mi diceva che il PETRETTA si era liberato… allora quando BIVACQUA alzò il cofano, e hanno visto che era liberato hanno sparato un colpo, un colpo che ancora lui si trovava in macchina, parlo del PETRETTA, e dopo lo hanno sotterrato. il BIVACQUA portò la macchina nel garage di…PINO CHIOFALO, e lì l’hanno pulita perchè c’erano delle macchine di sangue, e dopodichè se ne andò a casa della sua fidanzata.

 

DIVISIONE DEI BENI:

…So che in tasca gli abbiamo trovato sette milioni, o erano sette milioni che gli aveva dato PETRETTA, comunque non mi ricordo questo particolare quanto gli davano i BENENATI. Comunque so che in tasca gli abbiamo trovato sette milioni, la pistola già che avevo detto, una medaglia aveva lui verde, al collo, con delle iniziali; in più l’orologio d’oro, l’orologio d’oro che il CHIOFALO si è tenuto per se. I soldi che invece ha diviso, il CHIOFALO ha diviso per noi, e in più gli abbiamo trovato un anello, che poco fa mi era sfuggito, un anello con tre brillanti, e che poi successivamente questo anello io dovevo separare questi tre diamanti, brillanti, quelli che erano, e ne dovevo fare, ne dovevo ricavare tre: uno darglielo a CHIOFALO, uno per me, e uno per BIVACQUA NICOLINO. E questo anello io gliel’ho portato ad un ragazzo di BRONTE, e a nome NINO che adesso mi sfugge il cognome, e che poi successivamente questo ragazzo mi ha riferito che durante una perquisizione glielo avevano portato via. Comunque che io non ci ho creduto, anche perchè pensando che l’anello aveva un certo valore magari visto che lui faceva un po’ uso di sostanza stupefacente sicuramente se l’è venduto. Comunque lui mi ha detto che l’anello gliel’avevano portato via, e io me la sono presa così tenendo presente che gli avevano sequestrato l’anello.

 

Ed ecco le dichiarazioni dibattimentali di GULLI’ Domenico:

 

DECISIONE:

… la decisione è stata presa da CHIOFALO, i BENENATI, poi vi erano, se non mi ricordo male, CHIOFALO, BENENATI… poi qualche altro personaggio c’era pure anche, CARMELO, CARMELO COPPOLINO, se non sbaglio. Ecco, sì, sì.. la decisione avvenne giù, se non mi sbaglio, nei garage della sorella del CHIOFALO.. dovrebbe esserci GALATI GIORDANO ORLANDO, poi… ah, GAMBINO NATALE.. mi sembra che c’era presente anche BIVACQUA NICOLINO.. la decisione l’ha presa CHIOFALO, signor Pubblico Ministero. CHIOFALO unitamente giustamente l’ha presa anche con gli altri personaggi.. I BENENATI erano quelli che forzavano di più.

 

MOVENTE:

…estorceva anche denaro ai fratelli BENENATI, e in più, adesso che ricordo qualche altro particolare, mi sembra che… perché, che succedeva? Siccome il raddoppio della linea ferroviaria, succedeva che dirottava i quantitativi di cemento presso la ditta BENENATI, no, con la complicità di un tale CONTI, se non mi sbaglio, se non mi ricordo male, SALVATORE CONTI. E quindi praticamente non solo facevano la truffa, in poche parole, alle ditte lì e in più si faceva dare dei soldi..mi risulta che faceva estorsioni ad altre imprese. Se non mi ricordo male vi era TORRE, RECUPERO… altri personaggi, diciamo, altri imprenditori che adesso non mi ricordo bene, ma erano parecchi comunque..

Gullì conferma che dava fastidio nel territorio: “sì. Anzi adesso che ricordo bene qualche altro particolare; quando CHIOFALO poi mi ha detto: “dopo che è stato eliminato, sai, alcuni imprenditori a titolo di ringraziamento…” gli hanno fatto pure qualche regalo a CHIOFALO, come dire, che finalmente si erano tolti di mezzo a questo sanguisuga. Perché chiedeva e pretendeva, insomma”.

Conferma altresì che dava fastidio al clan Chiofalo: “a noi, certo, praticamente poi doveva essere con noi o contro di noi, perché referente dei palermitani e catanesi nella nostra zona, si era detto che questi personaggi non dovevano più metterci piede, in poche parole. Dovevamo essere noi a stabilire le regole, cosa fare e cosa non fare, no che erano forestieri a stabilire quello che si faceva”.

 

DINAMICA:

…a me, come mi è stato detto, se non mi ricordo male, praticamente il PETRETTA, siccome andava a prendere delle estorsioni dei soldi dai fratelli BENENATI dentro il cantiere, lo hanno atteso dentro il cantiere e vi erano i BENENATI, c’era poi GALATI GIORDANO, poi c’era suo fratello, GALATI GIORDANO CALOGERO, mio cognato, ASPA GIOVANNI, BIVACQUA NICOLINO, e CONTI… mi sembra “U MARUCCHINU”, CONTI TAGUALI SEBASTIANO detto “U MARUCCHINU”…Gambino Natale.. E mi sembra che questi personaggi; lo hanno preso, lo hanno messo dentro il cofano della macchina e lo hanno portato nei cantieri di BENENATI poi, che lì c’era, se non sbaglio, il cognato dei BENENATI, ecco, sì, tale TRAMONTANA DOMENICO e Giorgianni Antonino , e poi lo hanno dato alle fiamme, su dei copertoni, e poi è stato sparso al vento, insomma.

 

Da ultimo, si riportano le dichiarazioni dibattimentali di CIPRIANO Giuseppe:

 

DECISIONE e MOVENTE:

“..guardi preciso io signor Giudice non è che mi ricordo tutti i discorsi di stu PETRETTA, di PINO CHIOFALO che faceva… se ha fatto qualche discorso io l’ho verbalizzato signor Giudice.

P.M. : io leggo il verbale del 19 settembre 1994 alle ore 8:45, reso davanti al Maresciallo SCIBIGLIA, brigadiere MUZZUPAPA e IMPROTA GIUSEPPE, in assenza del Difensore, e viene poi confermato davanti ai Pubblici Ministeri e alla presenza del Difensore in data 17/10 alle ore 16:30: “costui – cioè il PETRETTA – oltre a essere tra i leader più prestigiosi era quello che controllava l’intera attività economica del gruppo, ideando di volta in volta i sistemi e le strategie per la riscossione delle tangenti.” Lei ha detto: “era pertanto il PETRETTA colui che i vari operatori economici dell’intero comprensorio ritenevano il punto di riferimento della mafia che contava e che garantiva a ciascuno la giusta protezione. Da ciò quindi la decisione del CHIOFALO di colpire il PETRETTA per primo, in tal modo infatti egli intese dare agli avversari il primo segnale della reale capacità criminosa del proprio gruppo e al mondo economico imprenditoriale l’annuncio dell’esistenza sulla piazza di una nuova realtà mafiosa non meno autorevole e importante di quella già esistente.” Insomma bisognava, da quello che ho capito, e me lo confermi signor CIPRIANO… innanzitutto lei conferma queste dichiarazioni che ha reso?

CIPRIANO G.: sì, sì.

P.M.: mi pare di capire che l’idea di ammazzare PETRETTA era perché tutti dovevano sapere che adesso c’era un altro gruppo e che erano CHIOFALO, è giusto?

CIPRIANO G.: esatto.

P.M. : ecco, le posso chiedere, signor CIPRIANO, quando lei è venuto a sapere di tutte queste cose?

CIPRIANO G.: ma io i sappi dopo a venuta a BROLO di PINO CHIOFALO..di quannu PINO CHIOFALO già vinni a BROLO, che io ci dava ospitalità. Tutti sti cosi io i sappi tannu.”

 

ESECUZIONE:

P.M. : che cosa le disse CHIOFALO, come pensò l’eliminazione di PETRETTA? Come avvenne, come fu realizzata se lo ricorda?

CIPRIANO G.: ma a mia mi cuntava che sono stati i BENENATI quannu ieva nto canteri, chi BENENATI l’avunu avvisatu il giorno preciso chi iddu ieva pi si pigghiari a tangenti, i BENENATI avvisanu a PINO CHIOFALO u iornu qual era, e allura PINO CHIOFALO organizzò com’è che doveva fare pi pigghiari a chistu, sarebbe a PETRETTA. E fici mmucciari ddà GIOVANNI ASPA, GALATI GIORDANO, BIVACQUA e altri che io però… MIMMO GULLI’ mi sembra, non mi ricordo bene. Ecco e così quannu PETRETTA iu ddani pi soddi chisti ccà pigghiaru e u sequesraru. U ttaccaru e u misunu nta un cofunu di nà machina, ca a machina era di NICOLA BIVACQUA, n’ARGENTA, e così su puttaru in un torrente. Quannu arrivau ddà… ah, c’era pure GAMBINO. Quannu arrivano ddà chi chistu era nto cofunu, iaprenu u cofunu, iddu visti a GAMBINO e ci dissi: “GAMBINO aiutami!” inveci GAMBINO pigghiò e ci sparò.

P.M. : ho capito. Ma era presente anche CHIOFALO?

CIPRIANO G.: PINO CHIOFALO vinni roppu, rici, annau roppu. … dice che… ecco, mi riceva, perché a volte PINO CHIOFALO si mitteva a parlare chi catanisi, cose, come si doveva fare sparire un morto, e iddu riceva chi bruciannulu supra i cupertuna nun ristava nenti, solamente aristavunu i renti. E allura iddu cuntò stu fattu di PETRETTA com’è che ficinu. Rici cu misunu supra a cupirtuna di machini, camion, ci misunu a focu. Ecco, e così u brucianu.

omissis

 

Va precisato che, sempre con riferimento all’omicidio di Girolamo Petretta, Pino CHIOFALO era già stato assolto nella sentenza c.d. “Rossi” dell’ottobre 1990 con efficacia di giudicato (in quell’epoca egli non era ancora un collaboratore ed aveva negato ogni sua responsabilità); ASPA Giovanni veniva riconosciuto colpevole nella sentenza di primo grado “Mare Nostrum”, mentre GALATI GIORDANO Calogero veniva assolto. GALATI GIORDANO Orlando e CONTI TAGUALI Sebastiano, invece, erano stati già giudicati nel processo “Mare Nostrum abbreviato”. ASPA, infine, veniva assolto nel secondo grado del processo “Mare Nostrum”.